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i racconti del capanno
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I posti delle parole
lanfranco caminiti

Sei scrittori in giro per tre giorni a Segni, un comune della provincia di Roma, nell’area dei Monti Lepini, giu’, verso il sud, in occasione di una sagra autunnale, quella del marrone, produzione tipica del posto. Un posto con una storia recente di prima industrializzazione selvaggia attorno una fabbrica d’armi, ora convertita nella produzione di air bag per automobili, una valle di fiorente agricoltura oggi inquinata, un moloch del termovalorizzatore per il trattamento dei rifiuti a connotare il paesaggio, l’emigrazione verso il nord e l’estero negli anni sessanta, il pendolarismo verso Roma e i suoi ministeri o dei nuovi immigrati slavi e maghrebini, l’artigianato che lentamente si estingue, la campagna che si sfalda e pero’ resiste. Una storia costellata di bombardamenti, di scoppi, di lotte. Di tradizioni religiose e popolari. Un posto un po’ speciale, come un esperimento della ‘modernita’’, un affastellarsi di contraddizioni, un posto come un altro d’Italia. Tre giorni a incontrare uomini, donne e cose con le loro storie di questi luoghi, e la loro lingua e il suo suono, cosi’ «diverso», tutto suo. Per scriverne racconti. Un piccolo gruppo di ‘narratori locali’ era stato invitato a far da guida e introduzione. I narratori del luogo erano spesso ospiti in fraschette, cantine ricavate in angoli suggestivi del paese, vecchi palazzi, antichi cortili, o di fortuna. Tutt’intorno si suonava, si cantava, si ballava, si mangiava e si beveva. Due narrazioni parallele, due modi e due tempi diversi di raccontare, inchiodati alle parole.
Siamo partiti per questa avventurosa e faticosa sperimentazione – che abbiamo, dandoci una certa importanza, chiamato “laboratorio di oralita’, narrazioni e letteratura” – con il convincimento che esiste una trama fatta di parole che “fanno” territorio e resistono all’usura del tempo.
Per resistere esse non possono restare ferme e non possono essere conservate in una scatola.
Il tempo e’ sicuramente piu’ forte delle parole.
Se resti fermo con le tue parole, il tempo arriva e ti fissa, ti dimentica.
Le parole devono camminare, devono scambiarsi, devono modificarsi.
Le parole devono essere dette, ma devono pure essere lette, portate da un posto a un altro, da un posto a tutti i posti.
Per essere lette, devono essere scritte.
Non le stesse parole, non la copia delle parole dette, ma la trama delle parole, quello che le parole disegnano. Quello che le parole lasciano a sedimentarsi.

Ogni regione, ogni provincia ha strade, binari, corsi d’acqua, ponti, stazioni, caselli, tunnel dove passano continuamente uomini e mezzi, macchine e merci. Linee dove scorre il flusso delle cose, venature che tengono insieme ogni territorio.
Quando pensiamo a queste reti ce le configuriamo come linee della mobilita’, dell’attraversamento, dell’accelerazione, e in effetti a questo uso sono state pensate, costruite e vengono mantenute. A questo «vantaggio». Abbiamo sempre fretta di spostare rapidamente le cose. Di colmare le distanze. Colmare le distanze non e’ la stessa cosa di «ravvicinarsi».
In genere pensiamo alla mobilita’ come un tempo in cui la parola e’ sospesa perche’ secondaria, quando non proprio di intralcio, un fardello. Nella fretta si risparmia il fiato: serve per correre, per assumere il ritmo della corsa, la postura dello spostarsi, quand’anche sia il treno, l’aereo, l’automobile a correre per noi, a muoversi per noi, quand’anche si stia rannicchiati e contratti. Il tempo della velocita’ e’ un tempo muto. O del rumore. Comunque, e’ un tempo solitario, sospeso fra due momenti, dello stare silenti, presi come siamo dall’arrivare, dalla meta. Dal distrarsi fino all’arrivo. Dal concentrarsi sull’arrivo. Anche per viaggi brevi, si va al lavoro, si torna a casa dal lavoro: i pendolari sono sempre presi dai loro pensieri. Nel viaggio rimaniamo zitti. Si ha fretta di arrivare «a destinazione». Dove il nostro destino quotidiano ha deciso di portarci.
Una volta non era cosi’, una volta ogni viaggio era lento, ed era quasi d’obbligo intraprenderlo insieme ad altri, proprio per poter mantenere l’esercizio della parola, della lingua talvolta, come conforto in terre che si conoscevano poco e nulla, straniere. E bastava poco perche’ la lingua risultasse altra. Non era necessario attraversare confini di nazione, una volta bastava anche superare una provincia per non capirsi piu’. Ora, non e’ certo cosi’.
A pensarci bene pero’, quando ci muoviamo pensiamo un mondo di parole, quasi diciamo un mondo di parole. E le parole ci riempiono la testa di cose, non ci lasciano mai soli.
Penso che le parole che noi quasi diciamo quando attraversiamo un posto rimangano li’, come cadessero dai nostri pensieri, non so, finiscano sui cigli della strada, ruzzolino fra i binari, galleggino sull’acqua, si anneriscano in un tunnel, si fermino a un casello, in un vagone o in un bar. E poi, in qualche modo che non conosco, si rimettano in moto con un altro mezzo, un altro viaggiatore, un «passaggio». Come se un altro viaggiatore finisse la frase quasi detta, il pensiero che aveva cominciato qualcun altro prima di lui e li rimettesse in moto, le parole e i pensieri, li portasse con se’. Che so, si infileranno nelle tasche, si appoggeranno nelle borse, dondoleranno fra gli orecchini, si mescoleranno agli accendini e alle agendine. Le parole sono sempre in migrazione.
Un territorio e’ una rete di parole sospese e riprese, non importa quali accenti abbiano.
E le parole portano storie, portano vite.
Mi ha sempre intrigato l’idea che le reti che attraversano un territorio siano anche reti di parole, che un territorio sia tenuto insieme dalle parole.

Poi, penso pure che quando stiamo in un posto, con le parole noi arriviamo in un mondo di posti. Noi stiamo qui, e basta dire o sentire, che so, America, e siamo li’. Oppure, Cina, e siamo li’. Oppure, il cielo, e siamo nel cielo. Oppure Roma. Ecco, basta dire Roma, e siamo li’. Anche per chi sta vicino Roma, nella “provincia di Roma”, se incontra qualcuno gli dice: vado a Roma. Come fosse Cina o America. O il cielo. C’e’ un mondo di gente che la mattina dice vado a Roma, e a sera dice vengo da Roma. E parte e poi torna al suo posto delle parole, quello dove non ruzzolano via ma si appoggiano ai muri delle case, ai davanzali delle finestre, alle piazzette, ai vicoli. Ma anche queste sono parole che ti trascinano lontano, perche’ ci sono le storie di quando. Di quando si era ragazzi, di quando si andava via, per lavorare, o dei nostri amici che hanno cercato fortuna qui o la’, e le parole di chi ci e’ tornato da quei posti e se l’e’ portate dietro le parole di quei posti e ora le dice qua e noi possiamo andare la’. Lo spazio di un «posto» e’ lo spazio delle sue parole. Si parte da parole e si arriva alle parole. Si viaggia con le parole, con le parole giriamo intorno. Le parole sono stanziali. Ma ci fanno volare leggeri. Danno peso ai nostri corpi leggeri. Il tempo di un posto e’ il tempo delle sue parole. Le parole scandiscono il tempo di un posto; senza le parole un posto non ha il suo tempo.

Questa e’ la “provincia di Roma”, un posto delle parole. Forse lo si puo’ dire d’ogni provincia e d’ogni luogo. Una rete di parole, di trame, di storie, di vite. Che si tiene insieme. Non solo per fare memoria, non solo per fare tradizione, non solo per fare resistenza. Un capanno, un posto dove si tengono gli attrezzi per lavorare, un rifugio di fortuna dove scambiare parole, le stagioni che arrivano, i figli che crescono, quell’amico che ha dato di matto, le cose di quando. Un luogo antico, un rito antico. Quando noi le diciamo, le parole, quando le tiriamo fuori dalle nostre tasche o rovistando nelle nostre borse, quelle cominciano a volare, quelle ci portano via, lontano. Ci portano qui, dove siamo, a dare consistenza ai nostri luoghi. Senza le parole, i nostri luoghi sono solo fondali, cartoline. Le parole sono pietre, sono le pietre dei nostri posti.

Se dovessi trovare una sola parola con cui spiegare a chi vuole sapere quello che e’ successo nei tre giorni a Segni in cui giovani e anziani narratori hanno raccontato, in modi diversi, con gli stornelli o con le strofe, con la voce lenta o la voce veloce, le loro memorie, i loro ricordi, l’idea stessa di un ricordo, insomma tutte le cose che sono state organizzate nelle cantine, nelle fraschette, una buona parola che mi viene in mente e’: occasione.
Non mi riferisco a questa o quella narrazione, a questo o quel narratore ma all’intero evento, all’intera ‘cosa’ che e’ stata messa in piedi. Ma l’occasione e’ arrivata gratis, senza neanche averci pensato, senza neanche averlo calcolato. L’occasione e’ venuta di suo.
E’ stata un’occasione non soltanto per una intera comunita’ capace di mettere in bella mostra le sue cose, ma e’ stata un’occasione per singole persone, per singole storie di venire alla luce, di restare fissate. Ogni singolo narratore e’ prezioso, ogni singola sua storia e’ preziosa, ogni singola sua parola e’ preziosa, perche’ non la dira’ mai due volte allo stesso modo e non sara’ mai due volte la stessa storia, la stessa vita. Nell’epoca della riproducibilita’ tecnica della vita, la parola ci restituisce una sua dimensione imperfetta.
Forse non tutto e’ filato liscio, qualcosa era troppo indietro o troppo avanti, qualcosa non c’era proprio, qualcosa c’era di troppo. Qualcosa poteva piu’ avere un modo diverso.
Qualcosa e’ andata proprio come doveva essere.
In realta’, forse tutta la cosa e’ andata proprio come doveva andare, tutta la cosa e’ stata come doveva essere.
Questo e’ stato un laboratorio, questa e’ stata una sperimentazione.
Cosi’, sono venuti narratori, da Roma e da Milano, abituati a raccontare delle nostre vite metropolitane, perche’ non importa da dove vieni, i posti delle parole sono dappertutto se sai ascoltare.
Questo e’ stato un laboratorio, questa e’ stata una sperimentazione.
Dove forse era difficile mettere d’accordo una urgenza improvvisa, che aveva il carattere della velocita’, con una esigenza diversa, che aveva il carattere della lentezza.
La parola e’ veloce.
La parola scappa via.
Piu’ d’una volta ho avuto la sensazione che i narratori del luogo avessero l’urgenza della velocita’.
Qualcuno aveva apparecchiato una pista veloce su cui correre, ecco, era il momento.
Qualcuno aspettava lo sparo dello starter con impazienza.
Mi e’ capitato, nelle fraschette, di incontrare narratori del luogo pronti, che scaldavano i muscoli sul punto di partenza, che non vedevano l’ora di partire, di sentire lo sparo.
Quando senti lo sparo, poi vai, poi la tensione accumulata si scioglie, poi corri senza piu’ stare a pensarci.
I narratori sono dei velocisti.
E come gli atleti della pista hanno bisogno di un pubblico sugli spalti che li guardi, li inciti verso la meta, i narratori hanno bisogno di chi li ascolta. Che soffra con lui, rida con lui, insieme in quel preciso momento. La bella corsa di un atleta e’ un dono che viene fatto agli spettatori; la bella narrazione di un narratore e’ un dono che viene fatto a chi lo ascolta.
Gli scrittori, invece, sono dei fondisti.
La scrittura e’ lenta, la scrittura e’ appartata, la scrittura e’ una stanza silenziosa riempita di parole che solo tu senti, che gli altri sentiranno in un altro momento. Devi prenderle a una a una, le parole. E le parole sulla carta sembrano sempre scivolare via piuttosto che fissarsi, sembra che devi sempre ricominciare come fosse il primo rigo. E poi, a un certo punto, invece le parole sono li’. Hanno trovato la loro occasione.
Noi tutti abbiamo bisogno della velocita’ e della lentezza.

A volte, in certe giornate, ci sono troppe parole per poche cose. Le cose sono proprio poche ma noi ne parliamo ne parliamo.
A volte, in certe altre giornate, ci sono poche parole per troppe cose. Le cose sono proprio troppe e le parole non ci bastano a coprirle tutte.
Qual e’ la misura giusta tra parole e cose? A volte ti viene da pensare che ci vorrebbe un mondo fatto di tot cose e tot parole, ogni cosa avrebbe la sua etichetta, la sua parola e solo quella parola, come al mercato il cartellino d’un prezzo per le patate o i carciofi. Quella cosa vuole tot parole, se vuoi quella cosa devi disporre di tot parole.
Ma non so se e’ proprio la cosa giusta.
Le cose possono esserci anche senza le parole.
Le parole possono esserci anche senza le cose.
Le cose hanno una trama e la trama e’ fatta di altre cose.
Le parole hanno una trama e la trama e’ fatta di altre parole.
Quello che abbiamo fatto e’ stato di mettere vicino cose e parole scritte. Perche’ i ricordi, la storia orale d’un posto sono cose, la fabbrica, l’emigrazione, la campagna e il suo lavoro, le castagne, i giochi dei ragazzi, la tradizione religiosa e quella popolare. Quello che abbiamo fatto e’ stato di dare a queste cose l’occasione di trovare le proprie parole scritte, magari non proprio quelle parole che le cose si aspettavano di trovare. Come fossero due percorsi, due strade, due sentieri. Le cose hanno trovato a fatica le proprie parole. Anche le parole hanno trovato a fatica le loro cose.

Rispetto ad altri esperimenti, ad altri ‘laboratori’ simili tentati qui e la’, questo aveva il ‘dono’ dell’immediatezza, della velocita’: in tre giorni gli scrittori sono andati in giro per il paese e hanno incontrato le storie, i narratori, la memoria e la vita del posto. Poi, hanno rapidamente scritto una prima storia, e letta in piazza. Con calma, con lentezza, successivamente, hanno rielaborato quella prima storia, e tutto l’impatto di quei giorni, fino a tirarne fuori un racconto – ciascuno a modo suo, ciascuno con le sue parole –, la collazione dei quali e’ questo libro. La postfazione, sulla storia orale e sul senso di un distretto dell’oralita’, serve per confortare noi stessi e il nostro lavoro. E’ il significato di un progetto. Credo che in qualche modo si debbano costruire altre occasioni perche’ narrazioni e letteratura, oralita’ e scrittura trovino modo di trovarsi, di ‘stare vicino’, di ravvicinarsi. Percio’, continuiamo, ricominciamo, ampliamo. Chi ha avuto l’intelligenza, la sensibilita’, la disponibilita’ a organizzare tutto questo, deve riprovarci ancora. E ancora. E ancora. Chi vuole, puo’ anche provare dappertutto. I posti delle parole sono dappertutto. Come i capanni.


Roma, 5 febbraio 2006

 
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