Il sabotatore
carola susani
Quest’anno i marroni li voglio lasciare sull’albero. Io
li lascio sull’albero e loro cadono. I ricci si spaccano e le
castagne saltano. Se mi arrivano in testa, mi faccio male e i ricci
pungono, lasciano una riga seghettata sulla fronte, pero’ non
sangue. Ho paura del sangue. Cadono. Sulla mia testa, sul mio prato,
come grandine. Non voglio che se li mangi nessuno. Nemmeno i maiali.
Quando saranno rinsecchiti e faranno muffa, allora saro’ contento.
Pero’ gia’ lo so, tra poco arriveranno gli scoiattoli. Piccoli,
velocissimi, spunteranno in tanti. Perche’ sto fermo, quasi non
respiro, non hanno paura di me. Zigzagheranno attorno alla mia panca.
Mi saliranno addosso graffiando. Strapperanno velluto e pelle come se
fossi gia’ un morto abbandonato. E poi mangiucchieranno, dentini
dentini, in fretta in fretta, tenendo la castagna tra i braccini. Oppure
andranno a nascondere a uno a uno i miei marroni dentro una cisterna
romana.
C’e’ una cisterna qui nella nostra terra. Non si vede subito,
perche’ e’ coperta da un montarozzo. L'abbiamo scoperta
vent'anni fa io e i miei cugini. C'era una fessura piccola, ci poteva
cadere un gatto o anche un cane piccolo. L'ho spaccata ficcandoci dentro
la mano.
In primavera, io e i miei cugini cercavamo buchi. Ci andava bene tutto,
rifugi per le bombe, bunker, vecchi depositi di armi e cisterne. Non
lo sapevamo ancora, ma cercavamo morti insepolti. Quella volta ci sono
sprofondato dentro. La terra era nera, morbida, aveva un profumo di
bosco. I miei cugini ridevano. E io pure ridevo. Ma sulla guancia ho
sentito freddo e umido. Ho toccato. Era un teschio. Ho allungato la
mano nella terra, ho trovato un molare e un canino. Abbiamo scavato
per vedere se quello era un cimitero. Ma non c’erano neanche teste
di animali o pezzi d’osso.
I teschi sono piccoli, e’ normale. Sono teste nude. Ma noi eravamo
ragazzini, ci sembrava la testa di un bambino. Ci faceva piacere che
fosse successo a lui, invece che a noi. Ci sentivamo vincitori.
Forse invece era il teschio di un Santo. Un Santo sfuggito per miracolo
dalle mani del vescovo e rotolato giu’ rimbalzando sul lastricato.
Non so se la folla lo inseguiva per toccarlo o se scappava urlando per
paura della sfiga. Puo’ essere che fosse un Santo, al buio della
cisterna brillava. Mi piacciono i teschi. Mi sembrano una cosa pulita.
Succhiavo i denti della crozza per liberarli dalle incrostazioni. Ai
miei cugini veniva da vomitare. Allora gli ho comandato di pulire la
cisterna. Gli ho comandato per la prima volta. Mi hanno obbedito perche’
succhiavo i denti e mi ero messo il teschio sulla spalla, lo tenevo
fermo con l’orecchio. L'abbiamo lasciato nella cisterna, in terra,
sistemato dietro ai suoi denti.
O forse non era davvero un Santo, era quel soldato partito volontario
in Africa. La storia me l'ha raccontata mia madre, ma non la sapeva
bene perche’ quand'e’ successo era piccola. Dice che in
Africa l'avevano tenuto prigioniero gli Inglesi. Poi e’ finita
e se ne voleva tornare a casa sua. Quando e’ arrivato in paese
e l'hanno visto, siccome aveva ancora la divisa, gli hanno detto fascista.
Quella divisa non la poteva vedere nessuno, veniva in mente il duce,
le maschere antigas, la guerra. Non gli hanno neanche alzato le mani
addosso. E' bastato insultarlo e soffiargli come a un gatto. Se ne e’
andato a testa bassa mugolando. Solo i bambini gli correvano dietro
e gli tiravano carne di maiale marcia. Anche mia madre. Da piccola mia
madre era magra, riusciva a correre veloce, ha cominciato a gonfiarsi
quando sono nato io. Allora forse il soldato si e’ messo a girare
per la campagna mangiando sassi, finche’ non e’ morto. Se
lo sono mangiato gli animali pezzo dopo pezzo, ma la testa e’
scivolata via ed e’ finita nel buco della cisterna. M'immagino
l’incazzatura dei maiali.
Tutte le campagne sono seminate di carogne, e’ una cosa che a
lungo andare fa la terra fertile. Qualche volta sono cadaveri di uomini.
Magari gli scoiattoli porteranno le mie castagne nella cisterna. Sono
contento se trovano la cisterna piena d'acqua e annegano.
§
Mi si stanno
congelando i piedi nelle scarpe. Sto troppo fermo, il sangue non circola.
Mi tremano le gambe per il freddo. La bruma e’ salita. Se non
trova un ostacolo, si ferma a mezz’aria, ma ha trovato me: e’
diventata acqua sui miei vestiti. Sono bagnato fino alle mutande. Ma
per fortuna ho addosso il bomber giallo. Non vedo niente, ma questo
mi fa bene. Mi calma. E poi, tanto, e’ notte, non c’e’
niente da vedere. Ascolto la radio. La proteggo dall’umido con
la falda del bomber. La tengo sempre accesa. Ne ho una portatile degli
anni ‘70, vecchia, a batteria. Mio padre ci sentiva le partite.
Io no. La porto sempre con me perche’ sto aspettando una notizia.
Lavoro alla fabbrica di air-bag. La fabbrica. Sempre la stessa. Una
volta ci si faceva l’esplosivo. Adesso si e’ convertita.
Dal male al bene. Dalla morte alla sicurezza. Perche’ il mio paese
e’ in pace. Io faccio questo: preparo la carica esplosiva che
serve a fare gonfiare gli air-bag. La macchina prende una botta ferma,
la cartuccia esplode, il palloncino si gonfia e l’uomo e’
salvo. Ecco, ora sono stanco. Non voglio che l’uomo si salvi piu’.
Voglio che muoia e voglio rovinare la mia ditta. Vi ricordate la storia
dei frigoriferi in America? Era negli anni ’50? I frigoriferi
erano fatti male, non si potevano aprire dall’interno e i ragazzini
facevano a gara per incastrarsi la’ dentro e soffocare gridando:
aiuto mamma. I giornali hanno fatto il botto con le storie di tutti
quei bambini morti. Io voglio fare peggio.
Le fabbriche come la nostra si riprendono sempre, arrivano gli aiuti
dello stato, oppure qualcuno se le compra, le riconverte, le sposta
in Romania o in Slovenia. Ma anche per un mese soltanto, mi piacera’
vederli piangere. Perche’? che mi hanno fatto? Niente. Mi danno
il pane per la mia famiglia.
Perche’, gli automobilisti che mi hanno fatto?
Da qualche settimana la carica di esplosivo che preparo e’ piu’
potente, voglio che l’air-bag non si gonfi, semplicemente esploda.
Sto aspettando che la radio racconti strani tamponamenti, che anche
lo speaker si allarmi: "dell'uomo alla guida non si trova piu’
la testa. Dei piloti resta solo il corpo, in uno o due casi anche il
teschio”. Solo che ancora non dicono niente. Gli incidenti stradali
sono sempre quelli, nessun giornalista parla del mio sabotaggio o della
mia azienda. Forse non se ne sono accorti. Nessuno bada alle dinamica
degli incidenti. Non sospettano ancora neanche un difetto di fabbricazione.
Ma ci dovranno arrivare. Se non ci arriveranno carabinieri e polizia,
ci arriveranno le assicurazioni.
§
E’
tardi, e’ quasi ora di cena. Ormai dovrei spegnere la radio, alzarmi
e tornare in casa. Non penso che la notizia arrivera’ di notte.
Se ne parla domani. Ma sono stanco. Ho paura del vento, se mi alzo mi
prende in pieno. Da qui non si sente, la notte sembra ferma. Comincia
a piovere, ma e’ una pioggerella sottile, non entra nella terra.
Aspettero’ che la notte si scaldi. Mi piacerebbe che la pioggia
crescesse, che le goccerelle diventassero gocce, che arrivasse una tempesta,
che scavasse la terra e una frana trascinasse la Range Rover fino a
valle. A casa la luce e’ accesa, e’ una luce gialla, lampadine
elettriche vecchia maniera, quelle che sprecano elettricita’.
Mi scalda, come se ci fosse mia madre, ma lei non e’ qui, e’
in ospedale. Cerco continuamente nuove frequenze, inseguo un giornale
radio dopo altro. Se parlano di calcio gli speaker sono frizzanti, rabbiosi
e concitati e passo oltre.
§
Nella mia
famiglia c'e’ qualcosa che non torna. E' vero che a vederci sembriamo
di questo paese piu’ di tanti. Abbiamo la pelle bianca e rossa,
i capelli ricci e morbidi, la salute che tende i lineamenti. Sembriamo
veri antichi romani. Ma mio nonno materno non e’ nato a qui. Veniva
da giu’, dal meridione. Com'e’ finito in fabbrica nessuno
me l'ha mai detto. Mia zia mi ha raccontato che quando nonna l'ha visto,
bruno, scuro, asciutto, senza sorriso, senza mai un turbamento, ha fatto
una scommessa con se stessa. Voleva cambiarlo, si accontentava di cambiargli
l’espressione della faccia. Lui nasceva pecoraro, che ne sapeva
di esplosivi, di chimica, di gas, di energia?
Nonna era una ragazza che arrossiva, che in fabbrica teneva i capelli
legati a crocchia, che davanti a un uomo o a una donna anziana abbassava
gli occhi. La guardavano tutti di nascosto. Quando e’ suonata
la sirena dell’uscita, lei se l’e’ preso per mano
e l’ha portato in un posto. Era campagna, blu e nera per il tramonto.
C’era vicino la ferrovia e c’era una centralina e un palo
dell’alta tensione. Se nonno era un contemplativo, avra’
pensato: che ci puo’ fare, un paesaggio meglio di questo non ce
l’ha. Puo’ darsi che fosse emozionato, ma dalla faccia certo
non sembrava. Nonna si e’ messa in punto preciso, sotto il palo
dell’alta tensione che emetteva un suono di cicale. Si e’
sciolta i capelli, e lui chissa’ che si pensava. I capelli lunghissimi
e leggeri hanno cominciato a salire verso l’alto, a disporsi in
aria come una raggiera, a tremare, a sfrigolare. Erano rossicci, luminosi.
Lei rideva. La faccia di mio nonno non si e’ quasi mossa, ma ha
contratto il mento, ha deglutito. Voleva dire qualcosa, ma non gli e’
uscito un suono. Mai si sarebbe immaginato che l’elettricita’
potesse fare questo. Se gliel’avessero detto non ci avrebbe creduto.
Ha sposato mia nonna perche’ gli faceva inquietudine, certe volte
anche paura. Ci ha messo un po’ di tempo per ricominciare a parlare,
anche se sempre meno degli altri, ma finche’ la fabbrica non e’
esplosa, e’ vissuto felice. Ci aveva guadagnato un castagneto,
e mia nonna lo proteggeva dai paesani, dall’invidia e dai morti.
Quando
il 29 gennaio del '38 e’ esplosa la fabbrica, nonna era dentro.
Mia madre era in questa campagna, con gli zii. Aveva quattro anni. Hanno
sentito il botto. Hanno capito. Hanno guardato verso la valle in direzione
della fabbrica. C’era nebbia. Ma da lontano veniva un bagliore
arancione. Dal lato del bagliore si vedeva l’erba verde, la terra
nera e il blu del fondo valle.
Nonna non e’ mai uscita dalla fabbrica, ne’ viva ne’
morta, non si sono mai trovati resti, effetti personali. Ma nessuno
di noi pensa davvero che sia tornata al creatore: quando vediamo i fuochi
fatui salire per la valle, siamo sicuri che sia lei. Anche mio nonno
ha perso la vita nell’esplosione. Ma lui e’ soltanto cenere,
non torna di notte. Perche’ non ha radici qui. Chi lo conosce?
chi se lo ricorda?
§
La pioggerella
continua. Ancora non mi ha bagnato la pelle. Scende fina e fitta. Colpisce
i pantaloni e si spande. I miei calzoni hanno cambiato colore in superficie.
Mi sono abituato all’umido e al freddo. Ma la radio non ha preso
nemmeno una goccia. La tengo al caldo. Mettono musica. Riesco ad ascoltare
solo musica italiana. Meglio melodica. La lingua inglese mi fa venire
il mal di testa. Ma sono stanco. Allora un po’ mi riposo, non
cerco un altro GR, mi rilasso. Penso a un tamponamento a catena, penso
a una lunga pacifica catena di automobilisti senza testa.
§
Ai tempi
del fascismo, se lavoravi giu’ alla fabbrica, non dovevi dimenticarti
in tasca un cerino o anche chiodi che sfregando l’uno contro l’altro
scoccassero scintille. Lo so perche’ tutta la mia famiglia ci
ha lavorato. Anche adesso e’ cosi’, se entri in fabbrica
da me con l’accendino sono cazzi. Ma io non ne ho bisogno. Il
mio materiale lo trovo sul posto.
In famiglia non parlavamo mai di esplosivi. Esplosivi, proiettili, polvere
da sparo, fuochi d’artificio: parole mai pronunciate in casa mia.
Tutti i bambini della mia generazione hanno giocato con la polvere pirica
o i fiammiferi, tranne me. Sono cose che non c’interessano. Anche
per questo abbiamo sempre preferito abitare quassu’ e scendere
in piano a lavorare. Amiamo la campagna, ognuno di noi ha la sua casa
di pietra calcarea e malta e il castagneto. Ci sediamo e guardiamo la
valle. Ci piace la sera prima del tramonto, ci piace di piu’,
di giorno per la nebbia o di notte per il buio, quando non si vede niente
come adesso. Ma tutti in famiglia sentiamo piu’ degli altri gli
scoppi. Se c’e’ uno sparo a Carpineto, noi lo avvertiamo.
Il cuore ci si gonfia e ci balza in gola. I tuoni ci atterriscono. Siamo
capaci di localizzare esattamente ogni esplosione sotterranea segreta.
Ce ne sono ancora, di continuo. Negli stabilimenti segreti sperimentano
esplosivi nuovi, nuovi propellenti.
Su di me produce turbamento anche il motore delle auto. Soprattutto
mettere in moto, il primo scoppio. Ma per tutta la durata del viaggio
sono in uno stato di sovreccitazione.
A casa non parliamo con piacere di queste cose. Anche in TV preferiamo
il varieta’ alle scene di guerra e ai TG. Solo mia madre, una
volta mi ha detto: “Per fare un’arma che non ti scoppi in
mano ci vuole un paese intero. Ogni famiglia deve occuparsi di un componente,
chi una vite, chi mezza canna”. Non so se parlasse dell’Italia
o proprio del paese. “Ma deve assemblare tutto uno straniero.
Meglio se a contratto. Meglio se stagionale o di passaggio”. Allora
ho pensato alle mattine della mia infanzia, quando mi svegliavo e c'era
silenzio. Scendevo a piedi scalzi sul pavimento freddo, la cercavo in
cucina e lei non c'era, aprivo la porta, la chiamavo ma non mi rispondeva.
Fuori non si vedeva niente, la valle era bianca per la nebbia. Era bianco
anche il cielo. Mia zia mi rincorreva allarmata mentre entravo nella
nebbia a piedi scalzi e smoccicavo, non mi parlava, mi vestiva come
uno sciatore. Aveva un presa incerta, docile, come se mi chiedesse scusa,
e io non facevo resistenza. Mi portava in fretta a scuola. Quando tornavo
mia madre ancora non c'era, spuntava dopo qualche ora con la faccia
bianca e lucida, il sorriso pasquale, i dolci in un sacchetto. A quattordici
anni ne ero sicuro: anche lei lavorava in una fabbrica, faceva il suo
piccolo pezzo di qualcosa, o addirittura, fantasticavo, dirigeva una
fabbrica segreta. Una volta gliel’ho domandato e lei ha riso,
mi ha avvicinato la bocca all’orecchio e invece di sussurrare
ha urlato: BUM. Mi sono tenuto le orecchie con le mani per un’ora.
Era gia’ in sovrappeso, ma stava in piedi benissimo, non come
adesso.
Di sicuro mia madre lavorava da qualche parte. Mio padre era gia’
volato giu’ dall’impalcatura, non gli era successo niente,
solo una gamba rotta, ma non aveva cercato piu’ lavoro. Il nostro
benessere da dove proveniva?
§
Quando
sono nato non si sapeva ancora dell’allergia di mia madre agli
anestetici. Lei spingeva, spingeva ma io ero pigro e non volevo uscire,
cosi’ l’hanno addormentata e le hanno fatto il cesareo.
Tutto era andato bene, io ero nato sano. Solo che lei non si svegliava.
Mi dicono che era gonfia, con le labbra e le palpebre informi, rossa,
coperta da un’unica bolla. Di ritorno dalla sala parto, le compagne
pensavano che fosse una nuova paziente. Una che sembrava un mostro.
Dall’anestesia, era entrata direttamente in coma. C’era
rimasta dieci giorni. Poi si era svegliata, gonfia e gialla ma euforica.
Probabilmente era l’effetto del cortisone. Mio padre pensava che
era brutta e grossa, ma che era simpatica. Gli piaceva anche piu’
di prima, perche’ era di buon umore, ringraziava Dio e il mondo
di essere viva, e mangiava di gusto tutto quello che lui cucinava, soprattutto
gli arrosti. Mi teneva sempre attaccato alla tetta, per farmi recuperare
i giorni del coma, anche se il latte non c’era. Per fortuna il
seno era vuoto, perche’ prendeva cortisone e antistaminici a pranzo
e a cena. Con il latte in polvere sono cresciuto perfettamente sano.
Tutte le volte che mia madre ha bisogno di un’operazione chirurgica
e’ la stessa storia. E a lei capita spesso, che sia la cisti ovarica,
il colon, l’appendice. Va sotto i ferri sorridendo come una martire.
Ormai i dottori lo sanno, c’e’ scritto sui certificati,
percio’ le somministrano cortisone preventivo e le fanno firmare
il consenso con trepidazione. Ma non basta. Mia madre ogni volta non
si sveglia. Gli anestesisti impazziscono, corrono su e giu’ per
i piani, temono la denuncia. Ma non hanno motivo di spaventarsi, noi
sappiamo com’e’ il decorso, non abbiamo niente contro di
loro. Dopo ogni operazione mia madre entra in coma, ci resta minimo
quindici giorni, poi ne esce fresca e riposata, solo un po’ piu’
allegra e piu’ grassa. Anche adesso e’ in coma, ha fatto
un bypass. Se questa volta finalmente morisse, io e mio padre potremmo
calmarci. Ho chiesto a tanti dottori quale puo’ essere la causa,
ma loro alzano le spalle, mi rispondono: le allergie e le malattie autoimmuni
aumentano.
§
La cosa
piu’ brutta che e’ capitata a mia madre e’ stata svegliarsi
dal coma, ricordare a poco a poco la sua seconda gravidanza, gustarsi
il piacere del piccolo tra le braccia, rallegrarsi per il cielo blu
dalla finestra e scoprire che il bambino, che poi era mio fratello piccolo,
era morto. Non era morto nel parto e non era neanche nato morto. Lei
era stata in coma un po’ piu’ a lungo del normale e il bambino
aveva un tumore all’encefalo, fulmineo. O forse era stato aiutato
pietosamente da qualcuno. Se mia madre non si fosse ricordata della
pancia, noi certo non le avremmo detto del bambino. Ci saremmo inventati
una malattia, i calcoli alla cistifellea o qualche sciocchezza. Ma lei
si ricordava. L’ho vista contrariata. Mi ha fatto male, mi si
e’ stretto il cuore in una morsa. Mio padre non aveva il coraggio
di parlarle, se ne stava stretto nelle spalle, rimpicciolito, seduto
sul bordo del letto. Poi lei ha chiuso gli occhi, li ha spalancati per
cacciare le ombre, erano di nuovo grandi, azzurri, e ha detto: “Meglio.
Se ne e’ andato in fretta. Non ha sofferto troppo”. E dopo
un po’: “Gli avete fatto una fotografia?” Ma non ci
avevamo pensato.
L’hanno dimessa e siamo andati al ristorante. Ha mangiato carne
di maiale e di manzo, funghi, marroni e crema. Nel giro di pochi mesi
e’ ingrassata di venti chili.
In quel periodo ci sono stati altri bambini morti di tumore all’encefalo.
Io mi sono informato: pare che il tumore all’encefalo possa essere
provocato da una sostanza, il cloruro di vinile, che entra in molte
lavorazioni, per esempio in quella della plastica PVC. Forse mia madre
lavorava con il cloruro di vinile. O forse l’ha bevuto nell’acqua.
O forse le cause sono diverse e complesse e io non ho nessuna speranza
di arrivarci. Per fortuna che non ho mai bevuto il latte dalla sua tetta.
§
Ancora
niente, nessuno scoiattolo. Nessuna notizia. La pioggia si e’
fermata. Sento un rumore di passi piccoli, che frusciano e sguazzano,
insieme a un profumo dolciastro di cibo. Mi si sveglia un calore in
corpo, una tenerezza: davanti agli occhi mi compare la faccia di mio
padre. Tonda, stempiata, con il collo lungo. Lo vorrei abbracciare,
tenerlo stretto, non mi ricordo neanche che odore ha. Lui non puo’
riscaldarmi, non l’ha mai fatto, ha sempre freddo. Ma posso provarci
io che sono un pezzo d’uomo. Sorrido. Sorride anche lui. Mi dice:
“Ti ho fatto una minestra”. Mi metto a sedere. Sono tutto
anchilosato. Mi sgranchisco. Mi lascia il piatto sul tavolo e va via.
Poso la radio accanto al piatto. Ha le pile scariche, per sentirla devo
alzare il volume al massimo. Si e’ scordato il cucchiaio. Non
ce la faccio ad andargli dietro o a urlargli. Succhio la superficie
della minestra in brodo con la bocca.
§
La radio
manda musica classica, musica triste, che abbassa la pressione, toglie
le forze. La minestra si e’ freddata subito. Il notiziario non
vuole dare la mia notizia. Mi viene voglia di spegnere la radio, stendermi
di nuovo sulla panca e aspettare gli scoiattoli. La mia Range Rover
non se n’e’ scesa a valle, non e’ neanche affondata
nel fango. E’ davanti alla casa, la carrozzeria brilla per la
luce elettrica. Ormai sulla mia faccia si e’ spento il rosso vivace
delle guance, e’ rimasto un incarnato lattiginoso, fosforescente.
Anche il mio air-bag e’ modificato. La carica l’ho preparata
fuori dalla fabbrica, nella mia stanza. Portare una carica esplosiva
fuori dal reparto senza farsi scoprire dalla sicurezza non e’
possibile. E non ce n’e’ ragione. Sono anni che so cosa
mi occorre. In fabbrica ho preso il sacchetto. Non saprei costruirlo.
L’ho infilato nei pantaloni. Il palloncino sgonfio non fa partire
allarmi, non lo riconoscerebbero neanche i cani. Li ho assemblati e
li ho montati sulla Range Rover.
Entro in macchina. La chiave e’ sul cruscotto. Mettere in moto
mi agita. Sussulto all’accensione. Sistemo l’auto in discesa.
Punto un castagno. Accelero. Mi schianto, rinculo: parte il botto. Di
colpo mi si comprime il petto. La faccia mi si schiaccia. Manca l’aria.
Ma non dura. Prendo fiato. L’aria entra fredda. Respiro. La carica
non mi ha fatto esplodere la testa. Ha dilatato il sacco. Me lo ritrovo
contro tutto il corpo. Caldo, grande e bianco. Sottile e morbido: gia’
si sta sgonfiando. Mi esce dalla gola un fiato, dico: mamma. Ma non
puo’ essere mia madre, mia madre e’ ancora in coma, mia
madre non e’ morta. Mia madre e’ l’esplosivo.