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i racconti del capanno
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Sull'immobilita’
elena stancanelli

Qual e’ il punto esatto dove ascoltare una storia?

Poniamo che il punto sia quello di rimanere immobili.
Non a lungo, non fin quando non se ne puo’ piu’, ma per sempre.
La morte non c'entra.
Diciamo che e’ una specie di sonno, per intendersi. Quella sensazione di polvere, ruggine, umido delle cantine. Lo so che la polvere non e’ immobile, ne’ la ruggine, eccetera. Ma e’ una specie di metonimia. Se c'e’ qualcosa di immobile nella polvere non e’ la polvere ma la credenza. Ecco, quella credenza.
Immobili come un credenza.
Immobili come un mobile.

Immobile e’ quando due forze spingono in direzioni opposte.
Facciamo l'esempio della spazzatura.
Quando scartiamo i collant dalla confezione fatta di cartone e cellophan, o i funghi champignon dal vassoio di polistirolo, se ci puliamo le orecchie coi cotton fioc o ci spruzziamo nel naso il vicks sinex, noi facciamo la spazzatura. Praticamente ogni azione dell'uomo e della donna nella societa’ produce spazzatura.
I migliori tra noi la differenziano. Vetro e plastica, carta e cartone, qualcuno addirittura divide le cose secche dalle cose umide. Sono quelli che fanno il compost, una cosa disgustosa che come tutte le cose disgustose serve a concimare le piante. Chi fa il compost abita l'empireo dei cittadini.
Quasi nessuno, invece, sa cosa fare delle confezioni di tetrapack. Il tetrapack e’ trans-gender, a meta’ strada tra la plastica e la carta, avrebbe bisogno di un cassonetto differenziato solo per se’. Eppure sono tetrapack la maggior parte dei nostri contenitori. Confesso di provare un irredimibile senso di colpa quando penso al tetrapack.
Gli animali no.
Gli animali fanno solo la cacca e la cacca, nel samsara dei rifiuti, e’ una incarnazione addirittura piu’ avanti del compost.

La spazzatura e’ tutto tranne che immobile.
La spazzatura e’ un guaio perche’ noi vorremmo che non ci fosse, o semmai che fosse immobile. Tu gli dai fuoco e lei resta immobile, o la seppellisci, o la butti in fondo al mare. Invece per niente. La spazzatura ha una vitalita’ da cucciolo di cane. Lei diventa un sacco di cose, una peggiore dell'altra, se non la tieni a bada.
Noi saremmo ben lieti di non doverci occupare dei resti, di cio’ che abbiamo alle spalle. Ma questo non e’ possibile.
Per questo c'e’ il termovalorizzatore. Il quale agisce come una forza filosoficamente contraria (opposta) a quella della sparizione.

Noi e la spazzatura siamo la forza che spinge verso la sparizione. Niente fa pensare che un vassoio di polistirolo tenga alla propria sopravvivenza, o il contenitore vuoto di vicks sinex si aspetti di essere riempito di nuovo. Poco importa che fino a un istante prima di diventare spazzatura, fossero oggetti non solo utili ma spesso idolatrati. Anche un Ipod o un sandalo di Prada diventano disgustosi una volta che siano stati declassati a spazzatura.
Esseri deformi da schiattare giu’ dalla rupe Tarpea.

Il termovalorizzatore invece, agisce come una spinta contraria. Spinge cioe’ la spazzatura verso una nuova esistenza. Tipo vita/morte, insomma. Quello che accade, dal punto di vista filosofico, e’ una specie di immobilita’. Poco importa che la spazzatura termovalorizzata diventi qualcosa con una sua nuova e allegrissima funzionalita’. Di fatto non e’ piu’ spazzatura, ma non e’ neanche la sua assenza.
E' la sua incarnazione in forma di immobilita’.

Questa immobilita’.
Costituita da due spinte opposte, vita/morte, esistenza/non esistenza.
Somiglia, per chi crede in dio, a dio.
Rimanere immobili somiglia a somigliare alla divinita’.
Diventare la nostra reliquia.
Un oggetto di culto estraneo alla corsa della vita.

Passando dalla spazzatura a noi.
Di solito, perche’ questo accada (perche’ qualcuno improvvisamente diventi immobile, cioe’ inizi a somigliare a una divinita’, sia pure il dio di se stesso) deve essere stato artefice di qualcosa di straordinario. Ottiene quindi la propria immobilita’ in cambio di un gesto tipo porre fine a un'epidemia di peste. O piu’ semplicemente la pubblicazione di un capolavoro, l'invenzione di un nuovo supporto audio, l'abbattimento di due torri gemelle a breve distanza di tempo con due aerei dirottati.
Di questa immobilita’ si fruisce da vivi (e in questo caso rimanendo interi), ma anche da morti e da morti la possibilita’ di essere divisi in tanti pezzi moltiplica le nostre immobilita’.

In questo caso si parla di reliquia.
Questa precisa immobilita’ mortale che prende il nome di reliquia e’ bifronte. Scaturisce da un miracolo e restituisce miracoli. Che questi accadano o siano accaduti, o no (l'origine e il risultato) non fa alcuna differenza. Non e’ data un reliquia che si sia "scaricata", cioe’ che improvvisamente o per un progressivo esaurirsi della carica, abbia smesso di fare il suo dovere. Essendo il suo dovere quello di rimanere appunto immobile a ricevere ex voto nel caso di vittoria e un ulteriore richiesta nel caso di mancanza di risultato. Ne’ tanto meno si e’ mai sentito dire di qualcuno che, trasformato in reliquia, si sia visto revocare il proprio stato. Una reliquia non puo’ dimettersi ne’ essere protestata.

Di questa irrevocabilita’ del suo stato la reliquia usufruisce anche grazie a un piccolo stratagemma: la sua totale invisibilita’.
Ci sono chiese che hanno mani, citta’ che hanno ottenuto laringi, molari, metatarsi. Le piu’ fortunate possono esibire teste, a volte anche busti. Ma tutto questo e’ sempre, inevitabilmente, racchiuso dentro contenitori, a loro volta incassati dentro vetrine, che rendono il contenuto del tutto illusorio.
Non voglio dire che sparse per il mondo non ci siano davvero reliquie.

(Ma non lo dico soltanto perche’ non e’ la mia materia. Ne’ dal punto di vista scientifico che da quello religioso. Non sono pronta a sostenere una discussione sul dna di un'unghia, sulla verosimiglianza della densita’ di un liquido organico. Ne’ sarei capace di confutare la sacralita’ di niente. Solo per questo non lo dico, sia chiaro, per una forma di lassismo retorico.)

Ma quel che e’ certo, e’ che la reliquia esiste in quanto miracolo. Per origine e risultati. E' come l'atomo, la cui presenza non e’ accertabile se non si e’ in possesso di strumenti di misurazione inaccessibili alla gran parte dell'umanita’. Per certi versi, la fisica e la biologia di questi ultimi anni, nella loro accanitissima ricerca verso l'infinitamente piccolo, si muovono verso il miracolo. E verso l'immobilita’.

Ma la questione e’ un'altra.
E' facile essere devoti alla chiesa dell'Evento. Ma se questa immobilita’ ha a che fare con un istante qualsiasi?
Non esiste un miracolo del quotidiano, in nessuna agiografia. Un santo del nulla, una Madonna del piatto di pasta, il Cristo dell'attraversamento della strada.
L'immobilita’ di cui parlo non e’ affatto miracolosa, ne’ per origine ne’ per risultati.
Dunque non si tratta di dio.
Ma certo e’ un'immobilita’, cioe’ una spinta di quelle due forze che dicevamo, due forze opposte di caratteristiche qualsiasi.
Che si pone fuori dal normale scorrere della vita.

Che cos'e’ un fantasma?
Intendo dire che cos'e’ un fantasma una volta esclusa la faccenda della divinita’.
Un fantasma, secondo me, e’ qualcosa che si muove in una dimensione diversa da quella del movimento, cioe’ quella alla quale siamo abituati. La mia idea di immobilita’ e’ molto simile a quella di fantasma.
Non voglio dire che in qualsiasi altra dimensione diversa da quella del movimento, cioe’ quella alla quale siamo abituati, le cose siano immobili. E' molto probabile che posseggano una loro motilita’, forse anche piu’ complessa e frenetica della nostra. Ma quando noi li osserviamo, i fantasmi, questi non si muovono. Si agitano, camminano, smanacciano, ma sono immobili dal punto di vista biologico. Non invecchiano, non muoiono. In quella loro dimensione diversa dalla nostra, vivono un'esistenza fuori dal tempo. Almeno, ripeto, nella nostra percezione.

Questa loro vita che noi riteniamo sospesa, e’ l'arte.
Almeno nella nostra percezione. Non noi che ci occupiamo di loro ritraendoli, raccontandoli, musicandoli. Non quella che dalla loro esistenza fuori dal tempo scaturisce, ma loro stessi. Loro in quanto esistenza fuori dal tempo sono l'arte.
Se non ci fossero i fantasmi, con la loro immobilita’, e’ ovvio che non ci sarebbe nessuna arte, per noi.

A Segni mi sono portata il quaderno e il registratore. Sono venuta per scrivere una storia, cioe’ mi sono messa a caccia di fantasmi. Di norma questo accade nel proprio studio. E' questo che solitamente fa uno scrittore, siede di fronte a un muro sul quale spesso sono appese alcune fotografie, ritagli di giornale, poesie, frasi, tutte cose lasciate a ingiallire, a richiudersi in se stesse partendo dagli angoli. Cose che per un istante sono apparse imprescindibili, spunti eccezionali per storie che in quel momento non poteva scrivere ma che sicuramente prima o poi avrebbe scritto. Sicuramente, prima o poi. Fin quando anche la colla del post it cede, lo scotch, la puntina da disegno. E al posto di quella cosa viene appesa una nuova cosa, a sua volta imprescindibile.
Quando uno scrittore va da qualche parte per scrivere una storia, prende degli appunti. Motivo per cui avevo con me il quaderno e il registratore. Tornato a casa, lo scrittore legge quegli appunti e aspetta che si materializzi il fantasma.

Ma la prima cosa che ho incontrato, a Segni, e’ stato proprio il fantasma stesso. Potrei dire l'arte, se dire "ho incontrato l'arte" non fosse un'espressione raccapricciante
.
Quello che ha attirato la mia attenzione e’ stato l'arredo.
Mobili anni quaranta, dice qualcuno di noi scrittori con una competenza che io non mi azzardo a confutare.
Per Segni, noi scrittori ci muovevamo in gruppo. Soprattutto il primo giorno, eravamo una specie di sciame di scrittori, ma, dal momento che tutti quanti nascondevamo il nostro quaderno e il nostro registratore - obbedendo a una precisa strategia di conquista della verita’, il cui principale ispiratore, almeno per me, e’ il Truman Capote di "A sangue freddo" - sembravamo piuttosto un gruppo di amici impiccioni, zelanti interpreti di un "turismo intelligente". Grazie al cielo il giorno dopo la voce doveva aver girato e quando arrivavamo in qualche posto la gente diceva: salve, voi siete gli scrittori, vero? E questo ci ha tolto spesso dall'imbarazzo. Di tutte le maschere che uno scrittore "alla Truman Capote" accetta di indossare per camuffarsi, quella di turista intelligente e’ senza dubbio la piu’ umiliante.
Ma stavo dicendo della competenza.
Io sono annichilita da ogni manifestazione di competenza. Provo un rispetto prossimo all'adorazione per chi riconosce una stoffa al tatto, sa a memoria i nomi di tutti i calciatori della serie A, sa costruire un cigno con un tovagliolo di carta.
Generalmente, in citta’, la gente non sa niente se non quello che riguarda il suo mestiere e quello che dice il tg5 delle 20. In provincia la gente sa cose tipo come si capisce dalle nuvole se il giorno dopo piovera’, o come si innesta una castagna.

L'uomo seduto di fronte al tavolo, nella cantina che era un carcere e poi una postazione della Sip, spiega che l'innesto del marrone sulla castagna si fa a una certa altezza del tronco. Allora, ci dice, se tu guardi bene il tronco da quella altezza in poi cambia colore e aspetto. Diventa piu’ chiaro, o piu’ scuro. Io sono felice che siamo seduti a un tavolo davanti a una zuppa buonissima perche’ se fossimo in un bosco io dovrei magari avvicinarmi a un altro albero e dire e’ vero, si’, e’ proprio qui. Facendo un gesto vago con la mano perche’ io sono tragicamente incapace di riconoscere qualsiasi cosa richieda una competenza.

Questi mobili, identificati da qualche scrittore competente come "anni quaranta", appartengono a una sartoria.
Ma non una sartoria contemporanea. Per quanto faccia fatica a stabilire un parametro di contemporaneita’ per una sartoria (non credo di essere mai entrata in una sartoria prima di venire a Segni con tutti questi scrittori), sono certa che quelle forme e quelle foto sono li’ da un tempo quasi inquantificabile. Del resto "anni quaranta" e’ una definizione che sfiora "un secolo fa"...

Questa sartoria, verosimilmente arredata come fosse una sartoria di un secolo fa, si affaccia sulla strada con due vetrate.
Oltre ai mobili, dalla strada si vedono un paio di tavoli, alcuni strumenti curiosi, un manichino sul quale e’ poggiata una giacca con le impunture. Sui tavoli sono poggiati alcuni rotoli di stoffa e cataloghi con modelli di abiti. Tutto e’ sospeso come in un acquario, grazie a una luce di un colore violaceo, forse un neon.

Siamo entrati tutti nella sartoria, noi scrittori.
Eravamo molto motivati perche’ reduci da una lezione, grazie alla quale avevamo imparato che i mestieri tipo calzolai, maniscalchi e sarti appunto, stavano scomparendo. Perche’ le persone andavano tutte a lavorare in fabbrica, da circa settant'anni, da quando cioe’ era stata aperta la BPD a Colleferro.
L'artigianato a Segni finisce perche’ tutti quelli che possono vanno a prendersi lo stipendio garantito giu’, fondando anche una citta’ dove prima c'era Segni scalo. Con le case messe a ferro di cavallo. In un terreno dove c'erano coltivazioni di barbabietole da zucchero, e il treno, e un corso d'acqua e poca montagna, tutti elementi che hanno convinto Leopoldo Parodi Delfini e Giovanni Bomprini ad aprire la fabbrica proprio li’.

Gli scrittori vanno a caccia di fantasmi ma non sono stupidi. Non mi addentrerei sulla questione della "idiozia" in senso dostoevskijano, ci basti essere d'accordo sul fatto che gli scrittori sono esseri umani a tutti gli effetti, e quindi tra loro ci sono scrittori intelligenti e scrittori stupidi. Dico questo perche’ nessuno di noi - tranne che, all'insaputa degli altri, si nascondesse tra noi uno scrittore particolarmente stupido - ha pensato, di fronte alla sartoria, di essere di fronte a una scoperta antropologicamente rivoluzionaria. Nessuna ha pensato di aver trovato un tirannosaurus rex vivo in mezzo alla strada. Sapevamo che almeno tutti gli abitanti di Segni e gran parte dei turisti che negli anni sono arrivati per festeggiare la saga del marrone erano al corrente dell'esistenza di quella sartoria. L'ultima sartoria di Segni, gestita da un uomo e una donna, marito e moglie, che non sono andati a lavorare nella fabbrica.

Ma nonostante l'evidenza della loro presenza, era stato abbastanza gratificante, per noi scrittori, entrare dentro una autentica sartoria in via di estinzione. Come quel bellissimo film, “Eternal sunshine of the spotless mind”, ci eravamo buttati la’ dentro come se la nostra presenza potesse ritardare la sparizione dell'immagine. In effetti non e’ molto diverso da quello che tentiamo di fare ogni giorno...

Nella sartoria, la donna era seduta e cuciva, e l'uomo in piedi. Immobili.

Non voglio dire che l'immobilita’ sia un talismano contro la morte, ma di certo molti di quelli che stavano in fabbrica sono morti. Nell'esplosione del 1939 ad esempio, o per il cancro. Ci fu anche un'epidemia di cancro all'encefalo che uccise alcuni bambini, qualche anno fa. Ci sono molte leggende.
Non si sa bene neanche che cosa si faccia nella fabbrica oggi. Venendo da Roma si incontra un monumento al propellente fatto a forma di razzo. Potrebbero farsi razzi, o anche propellente. Ci sono molte leggende. Noi scrittori siamo molto attratti da quello che succede a Colleferro, ci facciamo raccontare con dovizia di particolari della monnezza e del termovalorizzatore, ad esempio. E smaniamo per andare a vedere il cementificio. Ma questo dipende dal fatto che siamo cresciuti in citta’ e abbiamo una naturale predisposizione per cio’ che e’ meccanico ed e’ alimentato e produce sostanze tossiche. Meno per l'immobilita’, almeno io. Questa storia dell'immobilita’, per essere sopportabile, deve avere a che fare con l'arte. Almeno per me.

A guardar meglio si scopre che di sarti ce ne sono quattro.
Due coppie.
La prima e’ quella che noi scrittori abbiamo visto da fuori della vetrina. Quella sospesa come in un acquario per via della luce viola, coi mobili anni quaranta eccetera. L'altra, ancora piu’ immobile se fosse possibile stabilire una gerarchia di immobilita’, e’ quella alle loro spalle. Sono sempre loro, ma in fotografia. Nella stessa posizione identica, ma alcuni anni fa. Tipo cento, almeno.
Cento anni fa - come abbiamo capito dalla datazione dei mobili - forse esisteva la sartoria, ma sono certa che non potevano esistere ne’ l'uomo ne’ la donna, ne’ in questa posizione (identica a quella che abbiamo visto dalla vetrina) ne’ in nessun altra. Si tratta di un trucco. Qualcuno li ha fotografati e poi li ha vestiti, truccati e pettinati come se fossero un sarto e una sarta di cento anni fa, almeno.
Quando sia stata fatta questa fotografia non saprei, ma di certo non nello stesso istante in cui noi scrittori siamo entrati nella sartoria. Dunque il fatto che indossino abiti di cento anni fa almeno, non cambia niente. E' comunque una immobilita’ ulteriore che raddoppia l'immobilita’ che abbiamo visto attraverso la vetrina, sospesa nella luce viola.

Dal momento che non si tratta di dio, queste due immagini identiche, entrambe immobili, appartengono a due dimensioni diverse, nessuna della due metafisica. Sono apparizioni (reliquie? fantasmi? ) in due tempi e due modi delle medesime persone.
Quest'estate ho letto un'intervista a una donna, una che si occupa di fisica (ho provato a scrivere "una fisica" ma mi sembrava un’espressione raccapricciante...) la quale diceva che non esclude affatto l'esistenza di universi paralleli. Saro’ onesta: l'intervista era in inglese, e io ero sulla spiaggia. Puo’ darsi che non tutto quello che ho capito fosse esattamente quello che c'era scritto (senza considerare la mediazione dell'intervistatrice). Ma ricordo di aver pensato, scorrendo le sue affermazioni laicamente scientifiche, che non c'e’ ragione di pensare che questo sia l'unico mondo.
Allora, se i fantasmi sono l'arte, quello che accadeva dentro la sartoria, quel corridoio spazio-temporale aperto tra le due immagini identiche, che cos'e’?

Una culla.
Il rollio della barca.
Acqua.

C'e’ il bambino scomparso che e’ stato ritrovato sotto un letto. Aveva le fasce strette intorno alle gambe come si usava per i neonati, e non poteva muoversi. La madre gli aveva sistemato i cuscini intorno, nella culla, perche’ ne proteggessero il sonno. Da ragazza aveva studiato a Venezia, e tornata in paese scriveva anche le lettere per i soldati al fronte. Crocifissa pero’ si presentava a casa ogni giorno all'ora di pranzo e il padre era stufo. Non c'era molto da mangiare. Glielo disse e lei si offese. Non ando’ piu’. La mamma aveva paura. Tutte le finestre erano chiuse ma non riusciva piu’ a trovare il bambino. Era stata la strea, Crocifissa, a nasconderlo sotto il letto, come avvertimento. Crocifissa era forestiera.

C'e’ il bambino del cimitero, quello che in testa aveva una coperta per proteggersi dal freddo, sembrava un fantasma. Aspettava il padre che tentava di acchiappare il maiale. Di notte, verso l'alba, le donne camminano con le fascine in testa e gridano per la paura. Anche il bambino grida e scappa, senza capire che e’ lui il fantasma.

Ci sono i bambini degli operai della fabbrica, ai quali il padrone faceva la befana. Alcune cose pero’, rendevano la faccenda un po' triste.
Per esempio una bambina pianse perche’ ricevette un cavallo a dondolo anziche’ una bambola. Si chiamava Ernesta, ma le avevano scritto il nome sbagliato.
Un'altra rimase chiusa fuori. La madre era entrata ma le porte si erano chiuse per la troppa folla e la bambina pianse. Quando pensava alla befana, per molti anni, vedeva quelle porte che le si chiudevano davanti e la mamma che scompariva
Anche i regali sparivano, dopo un paio di giorni. Per non sciuparli. I genitori li restituivano ai figli soltanto l'anno dopo. Un bambino pianse per l'aereoplanino intergalattico. La bambola invece, ogni anno aveva un vestito nuovo che cucivano le mamme. Cosi’ sembravano nuove.

Tra due immagini immobili, identiche. Il punto esatto dove ascoltare una storia.

 
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