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i racconti del capanno
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L’amante astrale
tommaso ottonieri

Un’insegna dapprima puntiforme, dalla depressione delle viscere dell’Immensita’ degli astri, che emerge piano, piano, dall’ombelico del Cielo, dall’oscillare del Ciclo:
Per la ferita centrale, che giace persa nel profondo di anniluce di quel che, Cielo, Ciclo, ruota ovunque senza perno, nuota del suo vuoto lungo una melodia remotissima di balena,
Lungo uno sfrigolare metallico di stelle,
Fluttua per spegnersi.

Un chiarore infinitesimalmente segnato, che si libera dal panno dell’oscurita’: affanno dell’oscurita’: come girandola remota a ventimila anni luce di qui, come se, rimonta la costellazione di Ercole da un tunnel del suo ammasso globulare. E a mo’ di zucchero, ombrato fragola, si avvolge sullo stecco come saliva di ragno, consuma una sequenza di microesplosioni come da un propellente che spinga a senso inverso, punti sulla terra,
Cosi’ risale ingiu’, sospinta da un’energia di miliardi e miliardi ariani di V2 se fosse, in fuga una mandria di eoni imbufaliti.

Seguendo una scala periodica tutta loro, e a noi occulta, certi composti immani di ghiaccio e polveri siderali si avvicinano, ecco, ciclicamente al nostro sole.
E, giunti nei suoi pressi, il ghiaccio e le polveri evaporano per formare la caratteristica coda.
Ecco, e’ in quella forma, riflettendosi di luce, che le comete, scodinzolando si rendono visibili.
E, il nucleo ha le dimensioni di non piu’ di alcuni chilometri; come fosse un autodromo, e poco piu’;
Ma la coda, quella, ci pensate?, si allunga per milioni, e milioni di chilometri.
E, duplice coda in verita’: come mostrano infatti le piu’ luminose, delle illu’mini comete, quando sfrecciano diritte ad un bersaglio imprecisato;
L’una delle code, costituita invero dalle polveri, che strapotente rifletta la luce solare, e se ne faccia propellente:
L’altra, composta del gas ionizzato (e, frutto dell’interazione tra il vento solare e i gas emessi dalla cometa), irretisca lo sguardo dell’amante stellare pe’l caratteristico suo colore blu-violetto, sfumante melanzana.
Sprofondata nell’immenso della Padella Celeste.
Sfriggendo.

§

Ma ecco, alle volte, e’ d’improvviso che le polveri si aggregano sopra una imprevista polarita’ cuneiforme.
Una delle due code si sdoppia, e assume quella singolare conformazione ad artigli, che sappiamo.
Il nucleo, intanto, si sforma, s’allunga, sporge assurdamente in avanti, diviene becco, rostro di luce ustoria, puntato dritto verso il centro della terra verso il cuore acceso del suo amante.
Amante stellare.
Il nucleo-rostro, a gola spalancata.
La terra umida, amante che sia schiusa.
Come criptando il suo immane urlo betelgeuso, quello che si precipita nucleo, ora indistinguibile:
Ma metallico, l’urlo, pero’, come se emesso a mezzo di una di quelle macchinette ficcate nella gola, e che tutte vibrano scotendo, trapani d’ultrasuono, il muro quieto di quel che e’ percettibile, e cioe’ anzi,
E lacerante, cioe’, uno strillo, come un richiamo di gargoyle,
E, sospinto giu’ in picchiata dal vento solare che si converta in polvere:

Propellente:

Nel centro del Bersaglio si configga.
Onda esplosiva puntata al nucleo dei pianeti, questa scia siderale sta striando d’indecifrati segni il tuo cielo,
Iride-fuoco a freccia dentro il nocciolo della Gravita’:
Che’ esploda.

S’esploda,

Che’ incrini d’oscura amanza il suo Creato.

In foia, in furia, polvere effervescente d’eoni, da incarnarsi in Creato.
Fecondare, quindi, il Creato: che’ lo si esploda, e,
Se ne riavvolga,
Nel candirsi-spirale d’un riccio di marrone,
La fulmineita’ tutta del Verbo incinerente.

§

Nulla di piu’ d’una frazione di secondo, un flash che abbagli fulmineo, e lo sfintere terrestre ha deglutito quel precipite Frammento, in un sol bolo.

Fosse questo Meteora, condensa di Cometa o Astro, scheggia d’asteroride a scagliarsi su del colle Segnato –
E piantarvisi, a testa ingiu’, come un Lucifero debordato al suo sfinito fuori-rotta, –
Fosse un’elica smisurata di reattore alieno, rotante velocissimo in un’immediatezza di trivella.

Fosse Scia, la fantasmata scia de’ capelli d’una strega interstellare, o tentacoli di medusa, serpi-filamenti strascicarsi fino a qui, nei visceri che sprofondano del Bosco,
Quasi il segno mandato da una divinita’ inferiore,
Da incarnarsi nel diafano del fumo,
Una rivelazione stesa a fungo sottilissima,
Dello spessore d’un’ostia.

Fosse Si’bilo di Cometa, vera mente,
Ci’fio,
Lembo di coda in fuga dall’Ammasso verso un tangente campo gravitazionale, che e’ qui,
Trivella di luce a perforare la crosta della cruda terra, che l’attende, nel suo centro di fuoco,
E che l’ama.

O null’altro fosse invece che Ariane la sua punta arroventata, dura di diamante:
Fili e contatti divelti, perso il contatto col Controllo, perduta nell’inanellarsi delle orbite,
A precipizio dal diadema della e inesplorata, e inesplosa sua Costellazione.
Ariana semidea la tua coda di fuoco, scheggia o siluro, le tue volute interspaziali Arianna a telecomandarti nel labirinto minore dei satelliti:
Torni, tu torni nel tuo centro segnato, gravitante nel campo dei segni, rivieni, si’, per la data che ti venne programmata, giu’ la trivella del Viscere a rifornirti del Propellente segreto.

§

Tutto attorno al Cratere, nel bruci’o che si spegne de’ castagni.
Questo, lo squitti’o che sparga dalla distesa rosseggiante del fogliame, uno spiffero di nodi, una trivella tirata dal catorzo,
(Giu’ dei castagni, su delle fabbriche di mine e propellenti,
Sono i tralci sono i tralci che si annodano a trarne il succo nero, inebriante succo dei Presagi),
Questo lettricamente squittente, splittato da cablature inavvertibili nell’humus, arterie che pompano a litrate, e di litrate, e di litrate, molecole a miglioni dejo sangre minerale,
E’ jo squitti’sse, mó, degli migliaii d’occhi che si spengano e rosci, strisciante massa di led nelle pieghe della carne d’jo fojia’me.

Questo lo squittire, questa la serpe di vento,
Ma non e’, ma non e’ l’esercito scojattolo, e neppure lo zompi’o peloso ne’ il popolo rodente che derapa, ratto, da un sommo di radici accavallate, dall’occhio ombelicare del catorzo, da un occhioluce di scroto vegetale:
A passo alterno.
U’n due’, tipo marcetta.

No; e’ questa massa gassosa, si direbbe; a sollevare gli strati, lembo per lembo, nervatura per nervatura, zolla per zolla, reticolante, cunicolarsi, in un ribolli’o di galleggiamenti:

E che tanto piu’ e’ letale, credo, quanto piu’ esso e’ Quiete.

§

Che tu che non la vedi, adesso, che lei, la stre’ja.
Li capej intorcinati de lla Strea.
Tu nun la vedi, pe jo smorzasse dell’Astro, sotto al soffio deja Strea, che no, che mó che nun se vede.

No, tu no che nun la vedi, mó che li pulsari de Astrea janno firni’to a lluminasse, come i festoni deja Sacra de jo Santo Bruno, essi’aloda’to.
Nun la vedi, o’, ma pura lla ‘ncronti sola pe ja macchja, e nun lo sai, enno’, tu l’ancontri a jo castagno grande il bruci’o de’ capegli, la Strea,
Jo fiato roscio deglia Strea disotto a jo giganto de crastagno,
Quella che cia’ ain mano jo cuore tuo, jo core. La Strea.

Niro, justjonato.

Core a ttuo, eggia’ che ss’e’ annerato.

Nejo cuore dejo bosco de’ maroni,
La nnojtte de jo Santo quanno ke la cometa le’ttreca in picchiata dritto a trapana’ ’r qu’ore terra del bosco, core-marrone,
Eil cruore ca a batte a’pe’rto, a crumi, come se il reliquïario dejo costato jo fusse a disserrato, a mó, e la chiavetta a jettata nello fonno dejo stajgno, e jettato jo core isso pure, quji’a te fa fa’ jo zzumpo de a ’glia ranocchia.
E, solingo, sto batrace piccoletto a gracida’, allora, no?, e bruno-pece como a n’eresiarca, a picco sopra allo quïôre, il tuo, affa’ frage’glio ajo bordo e de o costato quanno che quiglio te ne ffa’ tu’m-tu’m,
Nun vedi no nun vedi a lla janara strea se sta’ ’nficcata de ja bocca d’jo kratero:

I biascicanno a queglia sua de aformula estranja, e stornellata, e strêa, i conspargesse intonno asse’ ja striscia de na polvere pirica, giranno a trottola ’a testa sua in sur tronco sputanno dal cilindro de e’ja gola e rôšpi e volanti e rettili e splosîvi,
Lascia che il terreno je se ascosti e ssapra de Vorâggene, a perditanza edd’uocchie, inna a furia edde a ra’nena (a gra’ndena, vojo di’) queglia cu picchia dda a comie’ta, fino adderento ajo soo centro occulto, coma da e na sottila feritoja.

Dail nerofiamma dej Cieli, ecco gia’ ašpunta il primo artiglio di cometa saetta tra le fronde dei castagni stregati, a gola spiegata, nverso ur costato,
Ddreme’nte, che se squarcia, deglia Têrra, u’rostro.
Miglioni de kilometri de pórveri e gas e dej eoni,
In picchiata ecche’nno’:
Sideralmente, into ajo arricetta’colo lepi’no:
Nella feritoia che subito s’anzerra:
Coma uno ciborio, doppo a l’incarnasse de ll’Eucarestia:
Drento de jo humus de’o sottobbosco, subbitemente a’nghjottiti in Abisso, come se lievitanno de la carne de’l Verbo, tutto, in’seminato.

In un sol punto, pompato, ingiu’, dell’ovaja della Terra: feconda, qui, sul nucleo, sul cuore, sul ferro chimico del mondo:
Che essa, occulta lieviti, del suo Verbo d’Esplosione.

§

Ora, che una frazione di secondo ha consumato pe’ secoli, de’ secoli, il suo Amplesso.
Saetta assorbita nello scostarsi all’istante di pareti,
Terra grassa, scoscendimento ad il centro di Fuoco,
Le labbra che si scostano, la gravita’ della Terra gemito.

Umida mente, a ventosa.

Come gestante, la Terra, ma inversamente pero’: dalla liquidita’ dei Cieli, sotto la crosta a scheggia nelle viscere intorcinate del Globo,
Un cuneo di cometa, una vertigine a freccia, una fulmineita’-meteora, presto da ingoiare;
Seme deglutito, in un battere di palpebra, & cigoli’o che dal rombo stellare borgorigmi,
Questo squassarsi di chiarore insubitaneo, esuberasse la forza stessa del sole, strepito pirico di trombe, il castagneto che s’incendia, tutti bronchi anneriti.
Cosi’, una breve colonna sollevarsi nell’aria, che continua a gonfiarsi nella parte piu’ in alto,
Albero che s’allunga in alto come una continua, istantanea fioritura. Poi collassando.

§

Pausa.
Silenzio, siderale.
Solarizzasse, il tappeto del fogliame.
Luna nera, sul suo fondo elettrico.
Argento elettrico.
Rintrugliante a’ntronatura, ’sta’ncri’natura vojo di’, giu’ a vorticasse, da foglie e foglie, contro natura dabbasso una girandola di zolle,
Li neri bronchi ringhiottissero a lo sfintere amante, a frotte, turgida mente, subita’nei.

Posa, l’argento elettrico.
Dal ribolli’o da valle del calderone chimico,
Come un laminare d’amianti microesplosi qui, giusto nel cerchio entro la radura,
Dove si sta riverso.

§

Come se in pausa:
Il corpo della ragazza:
Sopra del tappeto fermentativo:
A faccia in giu’, la terra nei capelli, riverso, come se respira,
Il corpo, immoto della ragazza,
Come respirante piano.

Spirante piano. Ancora, posa,
Dentro un ronzi’o strano di bombi, quasi che, lei, fosse, lei, alveare: corpo nido, vuoto d’amanze:
Enfisema, come spirasse piano:
Questa mia luna caduta nera, che sei e nel mulinare della terra,
Come se adesso soffocando al gravitarsi, testa in giu’, dietro il cuneo di cometa, piu’ lorda, piu’ orba,
Vuota d’amanza ma non di voli,
Io, dal mio buio esanime, io riprendessi a sentirti.

Questa la gelatina di luna, a trapanare a conficcarsene a’l fondo,
Giu’ del canto remoto delle Placche: questo canto, lungo, molle, sfiatato dagli abissi, che fosse di mammifero estinto, come di
Come albeggiando, canto di balena gia’ morta.

§

Rovesciato sull’Umore della Terra, le orbite mi si allargano in crateri. Nei crateri si affondano i tuoi raggi. Sono i raggi, come lame in fondo agli occhi; nere,
Gore nerissime di luce, a vortice, lampi dal basso a perforare il piombo, questo piombo di cielo, se gia’ non crolla. Il piombo,
Che s’e’ aggrumato a forza, adesso, nel peso delle atmosfere che sovrastano.

Sono loro, sono i miei occhi,
Bulbi strappati dalle orbite,
Quelli che stanno galleggiando:

Qui nell’antigravita’ apparente, che s’e’ attivata, sembra, giusto all’istante dell’impatto, quando stellare i frammento ha esploso il suo cratere.

Nuotano sembra assieme a milioni di parti’cole ionizzate, quelle rosso-occhieggianti sul bordo interno della radura – non diversamente, come dicono, da quella massa di stelle disperse ai confini della nostra galassia, rapite al loro Ammasso Globulare, quando questo osa avvicinarsi ai piu’ potenti campi d’Attrazione.

Ora, non, vedo, i bulbi che galleggiano nell’aria, la placenta che invisibile sostiene, questa microscopi’a che sfrigge, come di elfi impercettibili:
Ma non sono, no, non sono elfi: soltanto un subbuglio di ioni, una tempesta, direste, di pixel che si bruciano;
E i bulbi, che ora nuotano a giro, lo vedi, sulla punta del becco d’uccelli involatori, sono loro, i bulbi, che guardano me. Che mirano, il mio Bruciare.

§

Sul bordo. Il bordo che fuma del cratere. Il corpo. La ragazza. Gia’ spento. Sul tappeto scosceso delle foglie. Faccia a terra, il corpo, riverso. Come fosse in castigo, certo, preso nella membrana buio-flash. Riverso, la ragazza, corpo. S’esponga al raggio, tutto il tempo che occorre di se’ per solarizzare i contorni.
Questo, che si raggomitola nella pausa meridiana, quando i soli li vedi sdoppiati della strapotenza del Flash, che ti scompone,
Questa, quando la coda penetrasse ja ntronatura,
Oh’ssi’, kesta, apie’rta inno la terra, come fosse pe’ miglioni de chilommetri e pura a trapassasse jo nucleo, e immensatamente bujosissimo uno bujo a calasse dagl’iocchieggiare del terzo lo scodato dei soli, qujo ke sorge dalla cenere, il piu’ spento.
A scatti, spostandosi, millimetricamente, fotogramma per fotogramma, e, pausa. Lui, tende le mani verso di lei. Indistinguendo, nel controluce del bagliore spento. Nella tagliola del solarizzatore.
Le mani, livide, la nuca, pallida, il biancolatte, nel cavo delle orbite, e trasparenti, e friggendo, re’tine del ragazzo,
Del ragazzo morto.
Che sta morendo.
Di me.
Sono, le gazze, ecco, che nell’anello d’una mezz’aria che ricade, tutt’intorno a ntronatura ch’approfonda e fessa, sono quelle ke aggracidano e arrechino inno becco ’l gioiello, miezzo crumo, miezzo vitro, mentre lui brancica, il gioiello azzurro e bianco degli occhi.

§

Adesso. Immaginate, nuovamente, il suono.
Il suono, tutto, del quadro, che si spegne. Di quello che e’ racchiuso nel bordo interno della cornice, elettrificando vi galleggia come in un cristallo liquido, senza evoluzione. Le gazze a becco chiuso nel meschino della mezz’aria, serrano a se’ la coppia bulbosa dei’ gioielli,
(Oh come pa’lpitano, acquosi pa’lpitano, in quelle forbici di corno),
Entro del corteggio de’ cornacchioni negrolatte, altogracchianti, affa’ nu cazzo de nfranfu’glio i cornacchioni.

Il fumo,
Il fumo, d’esplosione, che ancora stre’pita,
Sottile-crepitante dal fendersi breve de’l terreno,
Dentro a il cupo della radura, se ancor piu’ stretta si tiene alla cima de’ castagni piu’ alti:
E quasi innalzantisi, questi, appresso all’esplosione, in una fioritura che non s’arresta, mai:
Che non s’arresta, e a fungo, affondate insu’ le estremita’ spinose perche’ si schiantino, a pugni stretti, i bronchi negri, nel lisergico incubarsi zenitale.

Immaginate: come se fosse sul limite della radura, torno torno al cerchio di ceneri, uno smuoversi di latte torno torno alla corolla inabissata, al cratere:
Quasi che battiti, raso a quel cerchio, inanemente d’ala, e stropiccianti come a carta di vetro:
Come, concitato un pollajo, quando la guantata mano del Fato si giungesse a tirare al proprio Brodo il collo designato, e ca pura si ‘nfue’va:
Starnazzante d’u’ltimo spa’simo:
Cosi’ che non sai se e’ quello fuori del cerchio, che si recinge di questo filolaser, o se quel che e’ recinto e’ il Cratere, il tunnel di fuoco a picco dal Cratere:
Se la Bestia nel recinto, sei Tu.

Immaginate, il cielo chiuso dietro le verticali dei castagni che vi collassino contro, nel guasto d’uno sbocciarsi senza fine.
Diqua’, d’entro del cerchio stregato, di fuoco e polveri e di mine, qui torno torno alle labbra schiuse, della terra, che sfiatano,
Qui, il tappeto gassoso del fogliame che si lievita: gemmando, come di sfintere, un suo calore dolciastro innaturale.
La fenditura, fosso o sfintere, il fumo, tutto che si specchia all’Ottuso del Cielo-piombo, convessamente nel reticolo del suo funghire:
Slargando, circuitati in muffa, sopra la chiusa dunque vastita’ del Creato – e diffondervi, come sulla grana del cielo grigio-stagno, una tramatura concentrica. Un Tempestarsi simmetrico di Segni.

Immaginate, ora, niente piu’ dei corpi, dei due corpi, l’uno riverso.
A faccia ingiu’.
Giusto qui sull’orlo del Grande Squarcio.
L’altro, che io, che parlo, sono:
Morto, freddo, senza occhi, procedente come per elettroforesi, a tentoni dal protendersi zombi, come, de’ palmi.
Come calamitato, allo Squarcio, al centro stesso focale del quadro:
Al corpo della ragazza gia’ inerte, insoavemente al palpitare volatile del suo calore d’insetto.
Immaginate, allora. Il balenare stesso. Degli occhi senza volto. Due laser dal fermentarsi del fogliame. Che sorvegliano.
Se scruti meglio: come on/off, una coppia inesplosa di led. Come fossero, gli occhi de la Strea, come dirigendo la sequenza. Accesispenti giusto al pelo gassoso delle foglie, al pulsare del plasma. La scatola che ancora in corto, che ancora frigge. Emette un ultimo scroscio di segni. Di cavetti divelti, il gomitolo torrido, e, che non potra’ orientare. Qui. La scatola: la nera scatola di Ariane.

§

Ora che sto morendo l’ultima delle vite.
Senza piu’ propellente.
E come stalker senza vita il corpo mi brancola nella Zona, elettrico, in questo vuoto magnetico, nelle labbra di terra, qui dove ogni desiderio e’ inabissato.
Io qui a tentoni, fuse le tempie a un casco ad infrarossi non piu’ in uso,
E che crepita, gia’ in corto, su della mia corteccia gli ultimi, discontinui dei Segnali.

Io, qui: io esploso, via, io dalla Vergine di Ferro. Dove credetti di ancora simularmi.
Eiettato, io, dalla console,
Dal cuneo.
Io dal suo cogliersi di Truono, per la splosione dura sagittale:
Io, e gettato sulla Terra: prima che penetrasse lo sfintere, il solco:
Che ne penetrasse la cavita’, come se in un countdown di millenni, programmato all’istantaneita’ dell’Ingojo:
Programmato come inverso alla Natura.

Sputato fuori, prima che potessi postare nel centro stesso del globo l’infinita’ della mia Domanda. Del mio Desiderio.

Io, morendo qui, in questa terra, ecco, segnata.
Come se esposta a onda oblivionale.
Schiusa adesso all’incarnarsi del suo Verbo,
E, serrata gli occhi,
Protendesse soffice la Lingua al getto denso delle Sine’ddochi.

§

E io che sto morendo, ho morto, lo sai, l’u’ltima, delle u’ltime mie vite.
La corteccia che mi sta bruciando, non fa che discontinuarmi in corto ancora segni, su segni, di te.
Da te. Tu amante. Tu astrale.
In questa zona morta di desiderio, tu venuta, come io venni, trapassando la fibra.
L’uno contro l’altra. Amandoci.
In esilio su questo spiazzo di pianeta. Noi due astralmente nemici.
Soli, noi soli nell’oscurita’. Soli, dell’oscurita’. Nel terrore della sessione multiplayer.

Adesso che ho dovuto ucciderti mio amore, che non avevo altra scelta,
E, che vedo l’enfiarsi del tuo corpo in necrosi, la faccia ingiu’, all’ingojo della terra,
Che vedo il tuo corpo farsi ricetto d’ogni e’ntomo volante in un baleno,
Adesso che mi sto morendo su di te,
Mi brillano, per gl’infrarossi, sul fermentare del tuo derma, i segni oscuri della costellazione che mancammo:
L’enigma che ci esplose, quaggiu’, senza che potessimo toccarci:
Ionizzarci qui, gassoso, come una duplice coda di cometa: quando, quello che e’ corpo, solo e’ dissipazione.

Perche’ e’ tempo, adesso, di disfarci nella luce. Di disfare la luce. Noi, che ne riflettemmo l’alone. E’ tempo, se in noi la luce e’ tutt’altro che un eterno paragone.

Adesso, ecco, che i raggi mi decodificano, dai tuoi occhi di terra, esilissima una larva.
Larva nata dalla tua lacrima.
Che si libera dal bozzolo, sbatte le ali, fruscia, incomincia ad aleggiare il suo volo di libellula.
Come un ultimo tuo segno. Come l’ultimo mio segno.
Prima che io mi spenga; nell’estinguersi di questa incarnazione; che senza fine si avvera, come su un pulsare di display,
Nell’incommensurato Deserto della Luce.

 
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