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i racconti del capanno
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Quaitu’no
tommaso giartosio

Il dono piu’ bello della vita e’ nel suo nascondiglio
Nasce con l’emblema dal nonno al padre al figlio
Tommaso Canali

Segnino no, non posso dire di esserlo. Mio padre ci ha portati a Roma quando ero piccolo, all’inizio degli anni settanta. A quell’epoca emigravano in tanti. Lui poteva sembrare uno di quelli che restano, ma poi ha deciso all’improvviso e in pochi giorni eravamo in un alloggio di Centocelle. Da ragazzo pensavo che a farlo partire fosse stata la voglia di fargliela vedere ai colleferrini che incontrava ogni mattina in stazione, cosi’ fieri di essere piu’ vicini alla capitale. Portavano in faccia il disegno del cuscino come una cicatrice di guerra. E mio padre che li ha scavalcati, anche a via dei Gerani continuava a svegliarsi prima dell’alba per farsi il primo caffe’ da solo. Quella tazzina che e’ la migliore, diceva, una tenera piccola gomitata nello sterno, uno scherzo alle spalle della moglie e della notte. Segnino fino alle ossa, era.
Mentre facevo colazione con gli ultimi Nesquik dei quattordici anni contavo le sue cicche gia’ compresse nel posacenere, come in quel momento il suo corpo tra i corpi della metro. L’avrei picchiato, se l’avessi creduto piu’ forte. Mi sentivo diverso da lui: io non subivo Roma, anzi non subivo nulla. Anche del paese non ricordavo piu’ niente se non un senso di sperdimento che forse era solo l’infanzia. Dall’infanzia mi sarei allontanato ogni giorno di piu’, fino alla fine, crescendo e viaggiando di notte dentro Roma che non finiva mai. Non avevo paura del buio.
Invece ci sono tornato, a Segni e a quella paura. Una paura tale, che non sarei in grado di raccontarla, se non avesse dentro proprio le parole di un segreto. Un nome sciolto come zucchero nel caffe’ nero.

Quando noi figli abbiamo tutti avuto la laurea e il lavoro sicuro (io come tecnico informatico) mio padre, sentendosi piu’ libero, si e’ intasato. L’abbiamo fatto scoperchiare e non e’ da credere la cloaca massima che si era fatto crescere dentro, alba dopo alba, anno dopo anno. Avrebbe potuto esplodere o afflosciarsi, o semplicemente dilungarsi in chemio e radio. Per praticita’ e per non dover mai chiedere, e’ morto.
Proprio allora la casa di Segni era sfitta da qualche settimana, e la vicina che se ne occupava non aveva piu’ segnalato nuovi inquilini. A mia madre ho detto che ci sarei andato io: volevo vivere da solo, e anche provare la vita del pendolare. Lei ha inteso che volessi provare la vita di papa’. Ma non era vero neanche questo: volevo riprovare la mia, di vita, la prima delle mie vite, quella che finisce ogni volta che un bambino cambia casa... Mamma pero’ non poteva capirlo, lei e’ una che preferisce lasciarsi le cose alle spalle e proprio allora lo stava facendo con mio padre: tirata come una tenda, ma svelta come a tagliare stoffa.

I ricordi lontani sono specchietti retrovisori: basta incontrarne uno piu’ forte per farti saltare via il tuo. Di Segni mio padre mi aveva raccontato cosi’ tanto che la sua memoria aveva preso il posto della mia. Ma era solo una memoria di parole. Quando eri sul posto ti accorgevi che non valeva. E tolta quella, mi tornava indietro poco: gli angoli aguzzi delle vie, il buio nella cappella di san Bruno, la nebbia. Nient’altro. Ogni mattina Termini mi accoglieva come la vera soglia di casa.
D’altra parte era impossibile ripensarmi a vivere con mamma. Con un padre si puo’ perdere, con una madre non si riesce nemmeno a vincere.
L’appartamento di via della Giudea era stato piccolo per noi, ma per me solo era grande: due stanze, salottino, bagno, cucina. Tranne per pochi mobili era nudo come la strada fuori dalle due finestre, e dello stesso colore. Grazie alla vicina, vent’anni di inquilini non l’avevano danneggiato troppo. Certo aveva smarrito qualsiasi carattere personale: non mi ricordava l’infanzia, ne’ la mia ne’ quella di chiunque altro. E poi francamente iniziavo a stancarmi di questa marchetta del ricordare. Di sera scendevo fuori le mura, al sentiero che corona il pendio, dove anche con poca luna si trovava qualche ragazzo da cui ricomprare del fumo non cattivo. Di li’ seguivo con gli occhi soste e traiettorie della pubblica illuminazione lungo i gioghi neri attorno a Gavignano, e provavo a calcolare quanta pazienza mi restasse per Segni. Tornando a casa mi succedeva ancora di perdermi: fosse la nebbia, o il fumo, o il contagio dello spirito eccentrico della contrada in cui vivevo, Santo Stefano, che i segnini dicevano “Sa’ Stefano” come per stringerle il guinzaglio.
Per tutte queste ragioni o distrazioni non feci subito caso alle stranezze. I file che mi scomparivano dal disco rigido, cosa normale in un informatico (che esige l’ordine perche’, di suo, tende al caos), ma ora un po’ troppo frequente. Le chiavi di casa prese prima di uscire e poi introvabili, e poi ricomparse in tasca non appena ero rientrato con il mazzo di riserva. Rumori: non i classici colpi sui muri, ma un fruscio di spazzole che si diluiva in una specie di piccolissima risata ansiosa, finche’ non accendevo la luce.
Non avevo paura. Le stranezze sono strane e basta. E poi una cittadina con due millenni e mezzo di storia, e di storie, aveva ben diritto a contenere un certo numero di episodi “inspiegabili”, cioe’ inspiegati. Ma due fatti ruppero l’argine.

Una sera tornavo dai bastioni. Non avevo fumato ma solo bevuto un goccetto, perche’ sapevo che da molte ore la nebbia batteva le viuzze di Sa’ Stefano, lenta e fradicia come una mandria di bufale. E sentivo davvero un suono di zoccoli alle mie spalle. Chi poteva essere? Un cavallo o un pony (nella zona molti ne tenevano, seguendo tradizione antiche); una mucca (ne avevo viste pascolare fuori le mura in qualche costone rubato all’ombra); o anche qualcosa di meno pulito, un maiale, un caprone.
Rallentai. Il mio amico fece altrettanto. Provai ad affrettarmi. Il rumore mi seguiva. Mi misi a correre e per qualche minuto non sentii piu’ ne’ il gelo ne’ lui. Ma alla prima sosta era di nuovo alle mie spalle, lento, stupido come un animale.
Intanto ero arrivato davanti alla mia porta. Bene, l’avrei aspettato li’. Sentii i passi ferrati picchiare le pietre unite della via. Lontani, poi piu’ vicini. Poi a pochi passi da me, dove la nebbia ancora me li nascondeva. E poi – esattamente davanti a me, dove neanche la notte avrebbe potuto nascondermela, la bestia.
Invece tra il mio corpo e il muro opposto passava solo il fronte di nebbia con le sue volute caracollanti. Rallento’, sentii un ridistribuirsi di masse come se una creatura di vapore si voltasse a guardarmi, allargasse le froge, puntasse uno zoccolo. E non c’era nulla. Faceva, questo si’, molto freddo.
I passi ripresero, si allontanarono.
Mi voltai e salii per le scale di casa. Paura? Morivo di paura; ma contro, sentivo ergersi la furia di vedere, sapere, ne’ piu’ ne’ meno di un ragazzino escluso dalla cena dei grandi. Giunto al mio pianerottolo sentii di nuovo quei passi. Schiavai la porta in fretta. Corsi alla finestra. Affacciandomi finalmente respirai (e fu una bella boccata di quella bruma gelida e quasi saporita): dritto sotto di me c’era un somaro, soltanto un somaro, grosso e grigio. Si era arrestato alla mia porta. Inarco’ il collo verso di me. Alzo’ il muso.
Al posto degli occhi aveva due buchi, due grotte bagnate di qualcosa di nero. Punto’ i denti, e il raglio era un urlo da sgarrettato che mi ributto’ indietro nella stanza; dietro di me entro’ larga e piatta una lingua di nebbia.
Il secondo fatto fu la mattina dopo. Mi svegliai nel sole. Ero ancora vestito, il pensiero della sera prima mi restava dentro, finche’ non mi dissi: calma. L’eco di un calpestio che slitta nella strada accanto, puo’ capitare; un asino cieco che si perde di notte per le vie, puo’ capitare. Niente di soprannaturale. Proprio allora mi piego’ in due un pugno allo stomaco, non di quelli del cinema: vero e fortissimo. Dopo qualche minuto riuscii a tirarmi di nuovo in piedi ma non chiamai la guardia medica, perche’ quel pugno piccolo e appuntito io non l’avevo solo sentito. L’avevo visto: nell’aria, fino al gomito.
E insieme, nell’aria, un grido, una frase assurda.

Mentre uscivo (e vi assicuro che avevo gia’ in testa il ritorno a Centocelle) mi fermo’ la vicina: aveva sentito rumore.
- Me la rovini, casa tua? Entra, va’.
Maria non aveva perso il “tu” ciociaro indifferenziato. Era una donna tutto sommato magra, pero’ invecchiata, con i capelli raccolti in una coda di cavallo da ragazzina. Ora aveva addosso la sua solita tuta, involontariamente tornata di moda. Ormai avevo capito che viveva solo di una pensione di disabilita’ (da giovane aveva avuto una malattia biliare che le dava ancora delle recidive), integrata da qualche soldo che le aveva passato mio padre (e ora mia madre) per occuparsi del nostro appartamento.
Nel suo, l’aria di chiuso era soffocante. Mi mise davanti un bicchiere di rosso e tolse il sonoro alla tv. Cinque minuti dopo le avevo raccontato con finto distacco quello che mi era successo. Non pensavo di farlo, ma certe persone fanno parlare e sanno ascoltare: perche’ sono un po’ vuote, pensai.
Alla fine pero’ Maria piombo’ sulla sedia: - Colpa mia.
- Non e’ stata mica lei, Maria.
Mi guardo’ con una specie di tenerezza: - Che capisci! Invece: cosa diceva il grido?
- Era stridulo... Va bene. Diceva cosi’: Chicazzoso’? – Erano state davvero queste le parole, come allo schiaffo del soldato. Un dettaglio cosi’ poco horror, cosi’ puerile, da convincermi che era stato tutto vero: anche il braccio che sfumava nel nulla.
Ora si verso’ anche lei del vino, giusto da bagnarsi le labbra. Era rossa in faccia. - Senti. Le sai le nno’mmora?
Be’, si’. Erano una tradizione segnina: soprannomi usati in tutte le occasioni come veri e propri nomi. Un tempo ogni segnino aveva la sua nno’mmora. Io appartenevo alla prima generazione che ne era priva. Ne avevo sentita menzionare qualcuna, quando mia madre accennava alle amiche rimaste al paese: una si chiamava Ci’cia, un’altra era La Vo’lepe (la volpe), un’altra ancora Santanna, figlia (almeno ufficialmente) di un oste detto Recchione; e cosi’ via. Ma papa’ non amava parlarne.
- Da ragazza le sapevo tutte. Oggi me ne sto in casa a vedere Amici, che tanto non le usa piu’ nessuno... - Si alzo’ in piedi. Aveva cambiato idea. - E anche se ti spiego cosa ti e’ successo, non mi credi mica.
Provai a insistere, ma non voleva saperne di continuare. O recitava molto bene, oppure davvero mi avrebbe mandato via senza dirmi niente.
- Allora torno a Roma. E... dovremo vendere.
Mentre lo dicevo mi accorsi che era vero. Ma funziono’. Mi tiro’ di nuovo dentro, ed eravamo seduti come prima, con il vino e tutto.
- Senti. E’ semplice. Tra quelli di una volta dev’esserci quaitu’no, qualcuno, che non ha mai avuto una nno’mmora e intanto e’ morto, ma finche’ non gliene danno una non muore. Percio’ vuole sapere chi e’, chi cazzo e’. Una volta parlavamo piu’ schietto noi segnini. - Portava occhiali a culo di bottiglia; in fondo le brillavano le pupille.
Decisi di stare al gioco. - E da solo non se la puo’ dare?
- Ma quando mai! Assolutamente no. La nno’mmora te la danno gli altri.
- E perche’ la vuole da me?
- E che ne so! Proprio tu che a Segni ci stai come a prestito!
- Forse si fida della mia famiglia. Conosceva mio padre. O mia madre.
Con quella sua aria di chi si fa capire a braccio, Maria sapeva usare le parole come uncinetti. Raccontava balle, ma l’alternativa era l’asino cieco, il pugno fantasma. Meglio le sue balle, che almeno filavano.
- Non ci credi? Non devi mica crederci.
- No, ci credo, ci credo...
Cosi’ lasciai che continuasse a spiegarmi la sua teoria. Quaitu’no era incazzato, anche pericoloso, perche’ si sentiva disperato “e soprattutto molto, molto solo”. Doveva essere morto all’epoca in cui si usavano ancora le nno’mmora per tutti - ma lui non ne aveva mai ricevuta una. Forse la sua era stata una morte prematura. Di sciagure collettive ce n’erano state tante, l’esplosione alla Snia nel ’38, il bombardamento del ’44, l’encefalite del dopoguerra, la silicosi. E poi tutte le morti spicciole.
- Forse un bambino, Maria?
- Quelli sono peggio. Non sanno il bene e il male. Se era un bambino, ti dava fuoco al letto... No, e’ un adulto.
E allora sentii all’improvviso che ci credevo. Si’, ci credevo. Volevo crederci. Volevo tenermi la casa di mio padre. E volevo capire chi era quel quaitu’no.
Maria si passo’ le mani sul grembiale. - Se ti serve aiuto, dottore, me lo devi chiedere.

Quella sera mi preparo’ un cenetta coi fiocchi. E poi, invece di cavalcare una scopa e evocare i demoni dell’inferno, piu’ prosaicamente mi accompagno’ all’anagrafe.
Trovammo una porta sul retro aperta e tutte le luci accese. Maria ammiccava soddisfatta. Doveva essere una maga, pensai - in effetti una vaga memoria di qualcosa di simile mi batteva contro le finestre della mente - oppure aveva solo qualche vecchio amico al Comune.
Non conoscevo precisamente le sue intenzioni. Si diresse verso un vecchio scaffale di noce: – Questi sono i registri delle nascite. - Aveva portato un giornale, lo apri’ e ci calo’ sopra una pila di volumi. - Cerchiamo di non sporcare. Tu mi dici i nomi, io ti dico la nno’mmora. Finche’ non troviamo quaitu’no che non ce l’ha.
– Ma saranno migliaia!
– Cinquanta, cento all’anno. Poi dipende da quanto andiamo indietro. Prima della guerra e’ inutile andare.
- Perche’?
- Quelli sono morti davvero. Tutt’al piu’ ti soffiano in faccia.
Era tutto sempre piu’ assurdo, ma tanto per metterla alla prova aprii un registro a caso: – Ferrazza Eugenio.
Disse subito: – Cammerino.
Un altro: – Vittori Ettore.
Le’ttrica.
– De Paolis Mario.
Gnetta...

Insomma, era vero: li conosceva uno per uno, vivi e morti. Di alcuni mi chiedeva l’indirizzo o la data di nascita, prima di dire la nno’mmora. Molto piu’ spesso era lei a aggiungere qualcosa, soprattutto spiegazioni sull’origine del nomignolo – che poi le restavano in gola mentre per far presto si costringeva a chiedermi il prossimo nome. Eppure era una pensionata, una casalinga, sempre tra le sue quattro murar, senza vedere nessuno.
- Ma da ragazza conoscevo tutti, no?
E vedendo che non capivo:
- Per via di mia sorella. Sveglia, dottore!
Ecco il ricordo che mi sfuggiva! Non Maria, ma sua so’re Crocifissa, di qualche anno piu’ giovane, era stata la consultatissima strega di Segni: mio padre l’aveva conosciuta bene e anch’io la ricordavo, ma come un’ombra. Abitavano in una specie di capanna sul Pianillo, lontano dalle case del paese. Io non c’ero mai stato ma sapevo di un viavai di paesani che andavano a trovarla. Li’ Maria poteva ascoltare le loro richieste e confessioni, e poi i racconti di sua sorella (e con essi, ovviamente, qualche nozione di magia). Cosi’ era diventata un archivio vivente. Per Segni, pensai, Maria era piu’ importante della ben piu’ famosa sorella stre’a; era una di quelle persone appartate che, proprio perche’ nessuno le nota, tutto vedono e tutto ricordano.
La sua litania, intanto, mi calmava. Avevo un gran bisogno di tranquillizzarmi e poca voglia di ritrovarmi solo in casa. Passammo in rassegna centinaia di schede, calandoci giu’ nel tempo come in una caverna – i nati degli anni ottanta, settanta, sessanta... Ma tolto qualcuno dei piu’ giovani, ancora vivi, una nno’mmora ce l’avevano tutti.

Era gia’ buio quando capii che qualcosa non andava, qualcosa di serio. Qualcosa che Maria mi stava nascondendo. Mi fermai di colpo, chiusi il registro (ma con un dito tenevo il segno).
- Lei se le ricorda tutti, questi soprannomi. Tutti. E senza mai un dubbio! Com’e’ possibile che non sappia chi e’ che non ce l’ha?
Si tolse gli occhiali e vidi che ora gli occhi le affondavano tra le rughe.
- Non mi viene in mente.
Si stropiccio’ le palpebre.
- E poi, anche se mi veniva in mente... Tu devi capire, dottore, caro dottore...
Mi fisso’ di nuovo.
- ...quanto sono importanti le nno’mmora. Ci dicono chi siamo. Ci danno la patente di segnini. Senza, siamo fuori: fuori da tutto. - Pensai al Pianillo. Maria proseguiva:
– Bisogna ascoltarle due tremila volte per capire come funzionano. Il segreto per cui ognuna sta cosi’ bene a chi la porta. Ricordati che quando troviamo... – accenno’ fuori dalla finestra, come se fossimo spiati da quaitu’no – tu dovrai trovare una nno’mmora. Non te la puo’ suggerire. A rigore non puo’ neppure chiedertela, se stamattina l’ha fatto vuol dire che non ce la faceva proprio piu’...
- Neanche chiedermela? Perche’?
- Non lo so. Dev’essere lo stesso motivo per cui i bambini vengono battezzati prima che imparino a parlare. Ma il fatto e’ questo: per inventargliela, non ti basta sapere il suo nome o il suo mestiere. Ti ci vuole orecchio, dottore, ti ci vuole palestra. Tu non sei piu’ segnino, da molto tempo: e devi riesserlo. Almeno un poco.
- Quindi anche se, dico per dire, sapessimo gia’ chi e’ quaitu’no, questo esercizio che stiamo facendo mi sarebbe comunque necessario...
- Vedi che capisci? Ora andiamo.
- Non l’abbiamo trovato.
- Non ci posso. Riproviamo domani.
Per via c’erano solo i cani. E la nebbia, ma di quella non avevo paura: era un cuscino tra i miei passi e il portone di casa. Maria sembrava gia’ agitata.
- Sai perche’ i morti non si vedono?
- Forse perche’ sono morti, Maria?
- Proprio tu ci scherzi sopra? Be’, tanto meglio.
- Allora?
- Perche’ sono timidi. Riservati. Quando si decidono a farsi avanti, l’hai visto anche tu: prima fanno un po’ di rumore, per vedere che succede; poi rubano qualcosa. Come degli animaletti. Poi, vengono proprio in forma di animale. Ne scelgono uno a cui somigliano.
- L’asino.
- L’umiliazione. Chi non aveva una nno’mmora era come se non ci fosse... Poi fanno vedere una parte del corpo: il braccio. Ma la prossima volta, se ce ne sara’ una, tu lei la vedrai per intero.
– “Lei”? E’ una donna?
Sorrise. – Quell’anima, dico.
- E si lascera’ addomesticare?
- No. Sara’ incazzata nera perche’ l’hai obbligata, perche’ deve mostrarsi tutta a uno che non ha ancora niente per lei. Sara’ cattiva.
Eravamo quasi arrivati. Mi voltai verso Maria - da lontano potevamo sembrare due innamorati, tant’ero vicino. - Mi dica cosa devo fare.
- E che ne so? Tu prova a ripetere qualche nno’mmora, falle capire che ci stai lavorando. Forse da quell’orecchio ci sente.
– Perche’ fa tutto questo, Maria?
– Tu non ti ricordi molto, ma di questo non te ne puoi proprio ricordare. Tuo padre e’ sempre stato gentile con noi. Pieno di attenzioni. – Dopo una pausa aggiunse, esitando, ma con un tono che non lasciava spazio a dubbi: – Soprattutto con la stre’a.

Ecco come stavano le cose, dunque. Papa’ era stato l’amante della strega. Tanto meglio: sola com’era, almeno aveva avuto accanto qualcuno. Doveva essere stata dura lo stesso, per lei e anche per Maria.
Quanto a mio padre, non ero stupito. Strano casomai che l’avesse lasciata - io non l’avrei fatto. Doveva averglielo chiesto mia madre. Ma perche’ addirittura trasferirsi di furia a Roma? Credevano davvero alle streghe, i miei genitori?
Era strano anche porsi queste domande, domande figlie della luce solare, della razionalita’, della tranquilla conversazione con una mia conoscente (quasi amica, ormai, ma non proprio un’amica): strano porsele quando la notte prima ero stato sul punto di partire anch’io per la capitale, e ora rientravo in casa sobbalzando a ogni minimo rumore. Maria mi saluto’ sulla porta del suo alloggio a piano terra. Io salii le scale, girai la chiave nella toppa, entrai piano e mi aggirai per le stanze. Aspettavo un mostro, quasi ci speravo - l’appuntamento con lo zombi, e via, fatta! Invece non accadde niente. Andai a letto e mi addormentai di botto.
Il frusci’o si fece strada dentro il mio sonno a poco a poco. Quando aprii gli occhi, la donna era gia’ li’, contro la parete opposta alla mia. Mi voltava le spalle in un abito marroncino d’altri tempi. Lungo la schiena le scendevano chiome lunghe, di un bianco che mi urtava gli occhi.
Mi drizzai sul letto. Stava frugando nel cassetto del canterano, aperto a mandibola, e balbettava come i bebe’ quando danno la caccia alle parole. A giudicare dalla nuvola che le tremava attorno nell’aria buia, aveva trovato il mio talco.
Si accorse subito che ero sveglio. Senza che lei si voltasse, le braccia si ripiegarono all’indietro, e crescendo come le piante di un filmato fast–forward ma attraverso snodi e slogature impossibili mi si lanciarono addosso. La sinistra, che mi risaliva veloce il fianco sinistro, mi strinse la gola: era una mano fredda e spiccia. La destra arrivo’ al mio viso. In effetti era piena di talco. Me lo caccio’ in gola.
Quaitu’no non mi guardava e non aveva interrotto il suo borbottio. Le braccia rovesciate indietro traversavano la stanza per tutta la sua lunghezza, vibrando come cavi tesi. Io mi sentivo soffocare. Soffocavo due volte: per la pasta polverosa in gola, e per le dita strette alla laringe. Non sarei durato a lungo.
Avevo ancora l’uso delle mani. Avevo cercato di non pensarci, per la ripugnanza di toccare quei polsi rigidi. Li afferrai, erano umidi, ma forti come ceppi: potevo solo staccarmeli di dosso di uno o due millimetri. Lo feci e riuscii a sussurrare: – Le’ttrica. – Ci fu un cambiamento. Vidi la nuca, al capo opposto della stanza, drizzarsi come quella di un bracco. Ne approfittai per continuare: – Barzabbu’. – Le sue mani si staccarono. Dovevo insistere. – Caribbardi, Sciabboletta, Cadorna, Ras-Alula, La Lollo... La Maschietta, Jo Stregone, Jo Matto, J’Abbre’o... Grillo, Noci, Pepe, Refe, Purbo, Ronzo, Sgogo, Cruma... Chiappasu’rici, Cazzosanto, Mammacciccia, Musciommani, Merdasecca... La Mbe’mbe’, La Cecala, La Nebbia, La Nave, La Nerchia... –
D’un tratto lei frullo’ indietro le braccia come un metro avvolgibile. Piombo’ a terra, accovacciata tra i capelli che la coprirono veloci formando un bozzolo bianco. Resto’ un attimo in equilibrio e poi, con una specie di entusiasmo agonistico, mi si catapulto’ in faccia. Fu come una secchiata d’acqua ghiacciata: in effetti al risveglio il letto era zuppo.

L’indomani proposi a Maria di pranzare insieme, e di parlare. (Non volevo tornare nel suo soggiorno: non ci si respirava.) Dalla scena della notte prima mi era rimasto in corpo qualche spasmo nervoso. Ma ora almeno non avevo piu’ a che fare con animali o arti fantasma. Quella vecchia maliarda ancora avida di prodotti di bellezza poteva essere stata un altro travestimento, una recita: pero’ almeno io avevo visto qualcuno, quaitu’no.
Avevo trovato un ristorante di via Traiana dove ci portava papa’ da piccoli. Maria mi aveva detto che ormai non usciva quasi piu’, e perche’ poi doveva mangiare roba cucinata da un altro; ma offrivo io, e si vedeva che era contenta. Senza rinunciare alla sua tuta si era tirata sulle spalle una giacca di pelo di coniglio. Mangiava piano. Quanti anni poteva avere? Forse settanta. Di certo non era la nonnina delle pubblicita’.
Le raccontai dell’apparizione. - Vedi che e’ proprio come avevi detto, una donna. Normale, - disse.
- Perche’?
Lo scalpiccio di casalinghe sembrava meccanico, visto attraverso il vetro che non faceva sentire il pungere del freddo. - Tu sei cittadino. Ma nei paesi, non avere nome e’ peggio per una donna: peggio e anche piu’ comune. Un uomo puo’ alzare la voce. O rompere le regole. Oppure andarsene. Voi di queste cose non ve ne accorgete.
Naturalmente pensai subito a Crocifissa. Ero curioso. Aveva sofferto per la sua fama di stre’a?
- Per forza. La regola, capisci, era che una stre’a poteva entrare in paese solo quando la chiamavano, e in tante case e botteghe non la volevano, di giorno. Ma di sera, la stre’a di qua, la stre’a di la’. Quelle come lei fanno sempre comodo. - Mangio’ un boccone di stufato. - Magari anch’io l’avevo viziata. In piu’, era bella. Una bella ragazza, mia sorella. Percio’ gli unguenti, e i filtri, e i massaggi... E poi, anche altre cose...
- Non si poteva tanto scegliere.
- Bravo. Ma tuo padre, non so se hai capito, se ne era proprio innamorato...
– Si’. L’avevo capito. E’ per questo che lei e’ finita a piano terra da noi, Maria?
- Sai come fu? Chi voleva ci veniva a trovare, e stai certo che non erano pochi. Ma un giorno capito’ da noi tuo padre. Ricordo che ero sola e gli aprii e lui resto’ stupito: non gli avevano detto che ci fosse una sorella. Poi arrivo’ lei. Lo fece sedere... E lui comincio’ a venire piu’ spesso... Con gli altri io restavo a ascoltare, anche di nascosto, o se capitava prendevo un messaggio, ma se veniva tuo padre me ne andavo in fretta appena lo sentivamo fischiettare fuori San Pietro, cosi’ lo incrociavo sul sentiero. Certe volte si fermava un momento: mi portava pane e pomodori, oppure una gonna, un golfino. Mi sembrava quasi di aver trovato un amico, va’. E alla vostra partenza mi chiese di prendere le due stanze a piano terra e tenere d’occhio la casa.
- Da sola? Crocifissa neanche allora ha potuto trasferirsi in paese?
- Dormi di nuovo? Era morta. Per questo siete partiti.

Non sapro’ mai tutto di quell’amore, di quella morte e di quella partenza. O forse non ne sapro’ nulla. E certamente ora so di sapere pochissimo del matrimonio tra i miei genitori. Forse dormivo davvero, da piccolo. Un bambino sa quando chiudere gli occhi.
Maria disse poco della malattia di Crocifissa. Era sempre stata fragile. Probabilmente fu vittima di una febbre tifoide. Alcuni in paese dicevano che fosse indebolita da una gravidanza, ma questo era falso, del tutto falso. Era vero, invece, che nessuno in paese si occupo’ di farla curare: o comunque non sul serio. Mori’ che aveva ventisette anni.
Subito dopo, lui ci porto’ via. Perche’? Posso immaginare che non sia riuscito a staccarsi dal paese finche’ lei era viva; oppure, al contrario, che solo alla sua morte abbia scoperto di non avere piu’ nulla a che fare con quel luogo. Certamente lei era molto bella, e molto desiderabile - molto. E probabilmente lui legava comunque il loro amore illecito a quella brutta fine, e si sentiva in colpa, almeno per non averla salvata. Se fosse davvero colpevole non lo so.
Quanto a mia madre, di certo l’aveva incoraggiato ad allontanarsi da quella colpa. Ho gia’ detto che era una donna pratica? E lo amava, e lo proteggeva, e proteggeva se stessa. Inoltre lei, per dirla tutta, non ha mai amato il suo paese. Non quanto lo amava lui. Forse davvero per una donna e’ piu’ duro.
Ma in fondo c’era anche un’altra ragione della partenza di papa’. Non c’era motivo di restare a Segni senza la stre’a, che ne costituiva l’essenza. In fondo e’ cosi’ in molti paesi: quando arriva la modernita’ cedono il passo tradizioni e superstizioni, tra cui, in primo luogo, la paura delle streghe. E’ un progresso per tutti, incluse le povere donne che subivano il pregiudizio. Ma al tempo stesso scompaiono i vecchi usi, e il dialetto, e le nno’mmora.
In questo caso, pero’, non c’era la storia di un paese che si modernizza e rinuncia alle credenze arcaiche. C’era la storia di una strega che muore, uccisa dal male prima ancora di gettare la scopa e dare un calcio alla callara, alla caldaia. E di un uomo che a causa di quella morte fugge nella metropoli, e dimentica tutto. E di suo figlio, che ritorna.

Era notte tarda. Negli uffici dell’anagrafe avevamo riaperto i registri degli anni sessanta, e Maria aveva snocciolato puntuale le nno’mmora che ancora mancavano. Poi eravamo passati ai cinquanta, e poi ancora ai quaranta. Avevamo trovato mia madre - il suo soprannome era La Reggina - e poi, nel registro dell’aprile 1948, mio padre.
Maria aveva subito detto la sua nno’mmora. Lo chiamavano Jo’ Panta’soma, il fantasma.
- Perche’ era magro. Non fare quella faccia. Era magro, tuo papa’. - Pensai che nessun figlio sa davvero quanto, e soprattutto come, era magro il padre. - La nno’mmora la sapevi?
- Si’. L’avevo scordata, non la usavamo mai, lui non voleva. Ma ora mi sembra tagliata su misura.
- Poveraccio. E’ proprio vero che a Roma si diventa quaitu’no.
Immagino che scherzasse, ma con uno strano astio, sull’espressione “diventare qualcuno”. Chissa’. Non ricordo molto di quegli ultimi momenti.
Continuo’: - Tu invece non ce l’hai, vero, la nno’mmora...
- Si’ che ce l’ho. Si chiama nick. Me la faccio da me, sul computer, e ogni tanto la cambio.
Mi guardo’ come se le avessi detto: ora mi svito il cazzo e me ne provo un altro. Poi volle riprendere.
Continuammo. Ormai eravamo esausti, immersi in una nuvola di polvere, senza aver trovato un solo segnino privo di soprannome. Ed eravamo quasi alla fine, alla soglia oltre cui i morti “tutt’al piu’ ti soffiano in faccia”.
- Maria - dissi. - Basta. Basta, e’ inutile.
Alzo’ lo sguardo. Uno sguardo fresco. Non era stanca, lei.
- Ancora un poco. Forza. Quaitu’no ha bisogno di te, in fondo.
Allora d’un tratto, di fronte a quella compassione che non mi sarei aspettato da lei, ricollegai tutto, tutte le biglie che mi rotolavano su e giu’ per la testa da giorni e giorni, e infilai tutte le perle e vidi la curva della collana e capii.
La stre’a. Doveva essere nata proprio alla fine della guerra.
Ma certo. Ecco a cosa puntava Maria fin dall’inizio, con la sua offerta d’aiuto. Crocifissa era la donna isolata e sfruttata e umiliata, e poi morta di morte prematura, e poi affamata di avere almeno un poco di riconoscimento, una nno’mmora. La bella donna che cercava di truccarsi con il mio talco, e intanto mi chiedeva, servendosi della sorella sopravvissuta, il trucco di un nome.
Ed infatti eccola.
Il nome spiccava netto sulla riga, come scritto ieri.
Lo lessi. - Crocifissa... - e il cognome.
Maria fissava il foglio. - Eccola, la mia stre’a! - sussurro’. E bacio’ la carta.
- Si’. Lei.
E ora dovevo inventare la nno’mmora. Di slancio, d’istinto.
Mi presi qualche secondo, come un tuffatore sul trampolino. Maria continuava a fissarmi. Forse aveva paura?
Poi fece qualcosa di incredibile.
Disse: - Allora, il prossimo?
La fissai anch’io. Non capivo.
Possibile che le mancasse il coraggio?
Non credeva che potessi farcela? O non se la sentiva di vedermi liberare sua sorella? Dopo piu’ di trent’anni?
E la casa infestata, invivibile? Non voleva farla finita?
- Maria, - dissi.
- Cosa?
- Crocifissa. Non ha una nno’mmora.
- Ma certo che ce l’ha. Te l’ho appena detta. Se la stiamo usando da giorni e giorni!
La guardai senza capire.
- La stre’a, no? La Stre’a.

Ma certo - idiota che ero stato. Eppure Maria l’aveva chiamata cosi’ fin dall’inizio! Crocifissa era La Stre’a. Era il suo ruolo, il suo personaggio: ovvio che fosse anche la sua nno’mmora.
Non era lei, il quaitu’no che cercavamo. Ed eravamo alla fine, ormai. Forse un quaitu’no non c’era affatto. O era destinato a restare un nessuno.
Come accade, del resto, a quasi tutti i morti.
L’ufficio dell’anagrafe affondava nell’ombra. Lumi, bicchieri, tagliacarte sembravano gli oggetti ritrovati lungo le pareti e sul fondo di una tomba italica.
Sentivo di dovermi scusare. Spiegai che ero stanco, dopo aver letto migliaia di nomi in attesa di quello giusto - e tutto per niente. Ora dovevo affrettarmi. Prendere direttamente un taxi per Colleferro, e da li’ il treno per Roma. Piu’ tardi farmi spedire le mie poche cose. Era una fuga: ma se fossi tornato a via Giudea, stavolta non ne sarei uscito vivo.
Maria non si lasciava demoralizzare. Mi accarezzo’ con lo sguardo. Non l’avevo mai vista cosi’ dolce.
- Coraggio. Non era mia sorella, ma quaitu’no ci sara’. Oggi di gente senza nno’mmora ce n’e’ tanta, ma anche in passato ce ne sono state, ogni tanto, di persone cosi’.
Continuava a sorridere. Instancabile.
Allora, ho capito.
- La sua nno’mmora qual e’, Maria?
Arrossi’ - a dir poco: era una vera fiammata, improvvisa, profonda. E lei tremava tutta.
- Pensa: non ce l’ho, io che so quelle di tutti gli altri! Che vuoi, ho sempre vissuto in disparte, e non me l’hanno mai data, questa cosa! Nessuno, neanche tuo padre, Jo Panta’soma! Non gli ci sarebbe voluto tanto - ma purtroppo no!
- Eh gia’. Non era neanche la Stre’a, lei, Maria... lei era solo la sua assistente... ascoltava, prendeva messaggi, no?
- Proprio cosi’!
- Per questo lei raccoglieva i nomi, li custodiva...
- Si’!
- E anche dopo la morte di Crocifissa, ha continuato a raccoglierli, a aspettarne uno... che non arrivava mai...
- Si’! Si’! - Si tolse gli occhiali, come fanno le bambine prima di tuffarsi.
- E brava! Brava Signora Pazienza!
Ora gridava. - Come ha detto! Come ha detto, scusi!
- Signora Pa - ma non feci in tempo a ripetere. Non ce n’era bisogno. Maria aveva sciolto la crocchia di capelli candidi, lunghissimi. Ora si rimpiccioliva a vista d’occhio. E intanto rideva, friggeva negli schizzi delle sue risate come un bianco d’uovo in padella. Gridava, felice:
- Sora Pacenzia! Sora Pacenzia!
Fu tutto molto veloce. Divento’ una bambola che sgambettava e scherzava, perdendo e ritrovando le gambe, le braccia, le righe argentate della tuta.
- Sora Pacenzia!
Poi una soldatina di stagno che prillava su se stessa e si scioglieva e ricomponeva a ogni istante.
- Sora Pacenzia!
Alla fine fu solo un gorgo di mercurio luccicante sulla sedia, largo due centimetri, uno, e poi uno scoppietti’o, e un ultimo strillo sottile come uno spillo.
- So-ra-pa-cen-zia!
E poi piu’ niente.
Sul tavolo, accanto ai suoi fondi di bottiglia, il registro riportava la sua nascita nel 1944. E la sua morte.
Era morta due settimane prima del mio arrivo, senza essere mai stata nessuno.
Ma ora era quaitu’no.

Sono sul treno per Roma. Attraverso il finestrino vedo passare boschi, campi, paesi. Non so come si chiamino. So solo che torno in citta’: era tempo.
L’uomo seduto al mio fianco forse e’ uno di quei clandestini che arrivano a Roma da qualche villaggio marocchino o nigeriano, dichiarando un nome diverso a ogni nuovo arresto. Fatte le debite distinzioni, mi sento simile a lui: mi lascio alle spalle un mondo piccolo, e ho di fronte qualcosa di tanto grande, cosi’ globale, che anche il nome “mondo” gli sta stretto.
L’uomo accanto a me ha lasciato al suo paese insieme al suo vero nome una madre o una moglie, e tornera’ o non tornera’ da loro, verra’ o non verra’ raggiunto da loro qui. Puo’ anche darsi che si rifaccia un nome e una vita. In ogni caso la strada e’ questa. Anch’io rifaccio il viaggio fatto da mio padre trent’anni fa, lui dopo la morte della sorella minore, io dopo quella della maggiore. Le abbiamo ammazzate noi, in fondo. Ammazzate e salvate. O salvate e ammazzate.
Io pero’ viaggio da solo, e viaggio verso casa, anche se la mia idea di casa sta a anni luce dalla sua. Rispetto a lui mi sento piu’ tranquillo e vuoto e libero. E lo sono davvero. Nel vetro del finestrino c’e’ il mio riflesso, e guardandolo penso: sono tutto qui.
Per assicurarmi di averlo, questo corpo, chiudo gli occhi.
Poi mi guardo attorno nel buio. Non vedo nessuno. Non c’e’ nessuno.

 
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