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i racconti del capanno
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Ruderi del tempo a testimone
giorgio falco

Una nata il primo gennaio del millenovecento e’ l’inizio della storia, il primo giorno, il primo mese, il novecento, manco a farlo apposta la data su misura, come un cappottino fatto e rifinito dentro il blu di un sarto che non c’e’.

Mia madre lavora contadina, nei campi a Segni Scalo non ancora Colleferro crescono barbabietole del frutto e poi, per decisione del governo con decreto regio, la terra diventa industria, fabbrica di guerra ancora non mondiale, ma quasi.
La ferrovia scorre e accanto il fiume, bossoli, proiettili e cartucce, mitragliatrici e gran cannoni da soddisfare mille battaglioni. Si chiama BPD nel 1913, Bomprini Parodi Delfino, l’inizio di una cosa nuova da imparare, la formazione vittoriosa, Bomprini Parodi Delfino, l’invincibile portiere e l’amico suo terzino, Giovanni Bomprini senatore imparentato con la Banca d’Italia e il socio suo Leopoldo Parodi Delfino, ingegnere genovese.

La fabbrica qui sotto, a pochi chilometri di adesso, pero’ a piedi, il primo turno delle 6 di una mattina, chesso’, nel 1922, sono ore di cammino nell’andare, gia’ quello solo e’ lavorare, per non parlare del tornare inclinato e stanco, concesso da uno squarcio di sirena.
Costruiscono attorno alla BPD il ferro di cavallo, al centro sessanta metri quadri per impiegati e funzionari, arrivano dalla Liguria, dal Piemonte, dalle Marche; sul bordo del ferro di cavallo trentacinque metri quadri agli operai, subito ci vanno, non solo da Segni, in tanti anche da Anagni, Artena e Valmontone, decine e centinaia, un tempo artigiani, pastori e contadini, uno si tiene pure gli animali ma solo con le pecore non mangia, cosi’ da pastore, contadino o pescio’ diventa stabilimentaro.

Lo stabilimentaro suona il campanello, sale le scale, si presenta a casa della sua futura sposa.
Il padre della fidanzata gia’ sa che il ragazzo e’ uno stabilimentaro e dice, siedi giovanotto, prendi questo vino, come ti chiami.
Lo stabilimentaro si sposa, fa figli che vanno alle elementari in classi dove sono soprattutto figli di stabilimentari e questi figli, appena un po’ cresciuti, diventano stabilimentari, lavorano in fabbrica coi padri, maschi e femmine, lo stabilimentaro conosce una donna che e’ donna, si’, ma e’ anche stabilimentara, lo stabilimentaro si fidanza con una stabilimentara che ha il padre stabilimentaro, cosi’ sempre piu’ spesso lo stabilimentaro sposa una stabilimentara.
Se un ragazzo non e’ stabilimentaro, trova moglie con piu’ difficolta’, al di la’ dell'amore quotidiano necessario, diventa importante essere stabilimentaro o non essere stabilimentaro.

Chi non vuole essere stabilimentaro o pescio’ o pastore o contadino o prete con il gesto rallentato dell'assoluzione o fare il ladro che termina in prigione o ha la nausea del marrone, va a Roma, specie a Centocelle dove vivono i segnini che lavorano nell'edilizia, costruiscono le case a Centocelle che noi segnini per pudore non chiamiamo Centocelle, chiamiamo Centocose.
Ah, non sarebbe manco d’averci timidezza a spiegar cos’e’ la cella, veniamo tutti da la’ dentro come un pezzo di montagna sbriciolato in tanti sassolini. La cella, insomma, sarebbe la vagina, ecco, se una cella fa un poco di vergogna, immaginiamo tante celle.

Ma cio’ che accade negli anni della seconda guerra e’ peggio di dire e di vedere mille celle. Perfino il vescovo nell'omelia, una domenica di orecchie addormentate, dice cio’ che nessuno vuole piu’ sentire: chi per l’onore perde il lavoro e chi per il lavoro perde l’onore.

Se gli uomini sono in guerra, chi resta e’ stabilimentara. Prima qualche donna e’ ancora solo moglie, contadina che governa l'assenza obbligatoria del marito, figli o dolci bestie e frutti rosicchiati dalla terra.
Lo stabilimentaro parte per la guerra, per consumare cio’ che lui produce, le donne diventano stabilimentare per cucinare nuove munizioni a tutti quei mariti.
I capireparto che non partono naturalmente sono uomini perche’ vabbe’, la guerra, occorre sempre carne e fresca baionetta o ghigno di metallo in camionetta, ma pure c’e’ bisogno di ordine maschile in produzione.
Alcuni capireparto approfittano sessualmente delle stabilimentare che lavorano assunte per tre mesi come oggi, tre mesi e poi tre mesi e poi tre mesi e poi tre mesi, un po’ di conto, sarebbe un anno intero, incerti passano i raccolti fuori come dentro per molestie e aerei sulla testa.
Queste cose della BPD nessuno piu’ le vuole ricordare, rammentano lo scoppio del trentotto e si addolorano commossi, certo, sessanta morti e tutti quei feriti, ma poi c’e’ l’amnesia del fatto piccolo, l’amnistia di cose vecchie come il mondo, come adesso, che qui ha 2500 anni e ruderi del tempo a testimone, un’abitudine.

Io nasco nel 1942, la vita BPD ci metto anni prima di incontrarla e per poco manco arrivo a raccontarla, sotto il bombardamento americano mi dimenticano nella culla, tutti corrono al rifugio, mamma, papa’, due sorelle e tre fratelli.
Mia sorella si ricorda che ci sono da otto mesi, torna a casa a prendermi, a salvarmi. Due cugini miei muoiono quel giorno assieme a un centinaio d’altre persone e ogni tanto ancora oggi se ne parla, chi c’e’ sotto le bombe americane, anche se la storia si adatta meglio d’un collant che fa vivere moderne copertine. Piu’ delle bombe si rammentano i soldati marocchini, alleati degli americani. I soldati marocchini cercano violenze sulle donne che sono ancora piu’ sconfitte degli uomini, magari i marocchini sono anche americani ma qui ricordiamo solo i marocchini. In tutti i paesi che uniti fanno la nazione, se dici marocchini pensano ai marocchini d’oggi. Qui tra i vecchi o quasi vecchi come me, i marocchini sono quei soldati che molestano e violentano le giovani.

Ah, da bambino uno non ci pensa alla vita BPD, uno pensa che c’e’ il giorno e c’e’ la sera il film di Tarzan al cinema all’aperto, felicita’ e’ trovare 10 lire, Cita, Jane, la liana nell’arena.
Poi appena ragazzetto uno gia’ ci pensa, la vita BPD puo’ essere, mettere da parte il gruzzoletto per la casa, per la moglie, per i figli, per le cose.
Ma io voglio il Canada, l’Australia, voglio respirare per capire cosa c’e’ da un’altra parte, per vedere un’altra situazione, qualcosa di diverso dal marrone.

Nel 1960 a Segni, l’ufficio di collocamento cerca personale per la BPD, assume soprattutto con la buona parola del prete che e’ di turno.
Se vuoi una vita che non sia la BPD ti mandano all’ufficio di collocamento di Roma, cercano personale per il mondo.
L’Italia fa un accordo con la Germania Occidentale per fornire braccia e un po’ di testa all’industria rinascente dal Nazismo. Tutti quei tedeschi morti nella guerra vanno rimpiazzati, cosi’ come l’Italia non puo’ tenere senza fare niente milioni di ragazzi, magari scatta nella testa un accidente, il meccanismo d’averci piu’ diritti, il lavoro, la casa, un avvenire: perche’ tutti non vogliamo o non possiamo entrare alla BPD o invecchiare sulla soglia come usciere al ministero.
Gia’ all’ufficio di collocamento a Roma ci sono opuscoli, libretti che spacciano la propaganda tedesca.
Allora Segni e Roma e poi Verona per le visite, tutti ci arriviamo gia’ pronti per partire, per l’estero che chiama, le valigie tirate giu’ dai treni volano attraverso i finestrini e atterrano su braccia mascherate sotto i cappotti gonfi di maglioni a protezione.
C’e’ da passare la visita con i medici tedeschi e i medici italiani, una specie di ispezione da fiera di bestiame, da docili cavalli che mostrano gengive desiderose di wurstel e marchi.
Quando e’ il mio turno cercano soprattutto per il Belgio, le miniere, fanno un esame prima di partire, soffiare dentro un tubo per capire cosa dicono i polmoni, io non voglio sotterrarmi, suicidarmi in Belgio.
Un marcantonio di quartiere, per farsi bello riempie il petto piu’ di quando incontra una ragazza e fa il pavone, dice, mo’ te faccio vede’ come se soffia, e soffia piu’ di tutti: complimenti, vai in miniera.
Invece, col viaggio pagato e tutto quanto, mi mandano a una fabbrica dalle parti di Berlino, facciamo tegole e pavimenti in legno, parquet.

Passa il direttore di stabilimento, cammina con le mani dietro la schiena pensosa, un po’ come tutti i capi del mondo nei lavori, ma questo capo ha un bozzo sopra il collo che spunta nei giorni in cui uno ha un po’ di tempo.
Il direttore di stabilimento si chiama Frankestein, io manco ci credo quando me lo dicono, il dottor Frankestein parla pure un poco l’italiano, solo noi la’ dentro siamo cinquemila dell'Italia, il Lazio, la Campania, la Calabria, la Sicilia e tanto Veneto che adesso uno non direbbe.
Viviamo dentro le baracche in legno, ci passano davanti i carri armati della spartizione, l’anno ricordato per il Muro.
Ma io, piu’ che altro, ricordo la mensa, la famiglia che gestisce il cibo e’ italiana.

Uno pensa soprattutto come nelle cartoline, gli spaghetti, il pomodoro, l’odore malinconico da annusare a meta’ turno. Invece danno salame, un pezzo di maiale scannato da mezzora, mica stagionato, un pezzo di maiale che ancora dice cio’ che pensa nella pancia di chi mangia.
E fa male, appena sotto il cuore sentire le budella andare a spasso, allora ci diciamo, oh, il maiale fa sudare, vengono tremori da smaltire in produzione, vogliamo il salame stagionato, vogliamo lavorare, essere normali.
Riuniti nel piazzale che si apre davanti alle porte della mensa, decidiamo di non tornare a lavorare, scioperiamo per il salame che vogliamo stagionato.
La gente si muove soprattutto per le cose piccole e i padroni d’ogni dove stanno attenti a tutto, i padroni sanno che le cose piccole nascondono quelle un po’ piu’ grandi e cosi’ via, come quella bambolina russa che da un’unghia si ritrova trenta centimetri di legno.

Anche i tedeschi sono d’accordo per lo sciopero del salame stagionato, loro soffrono di meno nella pancia, approfittano del cibo per sistemare altro.
Parliamo, siamo tanti, il tedesco lo sappiamo poco, le tegole e il parquet comprendono ogni lingua, pure tra di noi all’improvviso ci capiamo, e poi, qualche italiano parla solo il dialetto dell'infanzia, sa il tedesco come l'italiano.
Il dottor Frankestein lascia la sua posa da gran capo, sembra uno che prende l’autobus di corsa a Colleferro e sta impicciato, mica ha il passo strafottente di chi mente.
Lo accompagnano il vice direttore e l’ingegnere Herbert - quello con la fissa di Fellini -, i capireparto, i meister, i guardiani, insomma tanta gente, per dire, ecco, che i cortei, quando servono, li fanno pure loro.
Noi diciamo quello che vogliamo, il salame stagionato, che sarebbe da avere piu’ rispetto, anche per il resto, proprio che ci siamo. Lo diciamo in italiano, uno dei tedeschi ci traduce, chissa’ se traduce proprio quello, chissa’ se non parla un dialetto di Berlino che nessuno puo’ capire.
Il dottor Frankestein ascolta, la testa inclinata verso la bocca del traduttore, come un medico che scopre d’essere malato e quasi non ci crede e dice in un tedesco lento, da ragioniere prete, che dobbiamo rientrare al lavoro entro cinque minuti, altrimenti ci fa tornare in Italia.

Oh, adesso che facciamo, a decine, centinaia, uno in piedi sopra tre bancali urla, man muss weiterstreiken, man muss weiterstreiken, bisogna continuare a scioperare.
Tra poco arrivano quelli del secondo turno, dobbiamo coinvolgere anche loro, cinque minuti e’ un modo di dire, ma qui tanti pensano sia la vita intera.
Eh, gli italiani vengono da me, Carle’, c’ho famiglia, moglie e figli, i soldi servono e vabbe’, gli dico, certo, se proprio vuoi rientrare.

Il piazzale si svuota piano piano, sospinti dall’educazione alla fame e dall’inerzia nostra contagiosa se ne vanno anche i tedeschi, passano piu’ di cinque minuti ma il dottor Frankestein perdona la piccola insolenza.
Io e uno di Tarquinia che manco mi ricordo il nome, restiamo soli nel piazzale e questo di Tarquinia dice entra, torniamo nella mensa, prendiamoci il salame, fetta dopo fetta, che pure che ci vede la famiglia che gestisce, sembriamo rassegnati.
A fette appiccicate riempiamo due borse di salame, un poco si incarna nelle unghie nostra carne, torniamo alle baracche che chiamiamo case, qualcosa ancora puo’ accadere.
Comincia lui, estrae tre fette come un mago nel cilindro dove tutti aspettano il coniglio e senza manco dire guarda, lancia la prima fetta di salame contro il muro.
Il salame rimane appiccicato, se la fetta resta sopra il muro, chissa’ cosa combina nella pancia. Allora provo pure io, pesco una fetta di salame, la lancio contro il muro, pare una giostra dove tutti un po’ si vince.
Non parliamo, solo lanciamo, ciaf ciaf ciaf, il salame fa rumore quando vola e atterra sopra il muro, bianco a macchie di leopardo insanguinato. Un’altra fetta e un’altra fetta e un’altra ancora dappertutto, sopra i muri che stringono la sera prematura o il soffitto e perfino il lampadario. Svuotiamo due borse che, ah, se mi vedessero al paese, ma io non penso proprio a niente, non penso che e’ una cosa giusta o ingiusta, penso solo a fare, e’ un’azione antica, esiste prima del pensare, perfino prima dell'agire.
A sera, ancora il salame resta appeso, i colleghi e i guardiani e tutti quanti staccano le fette di salame dai loro muri.
Tanto sono appiccicate viene via l’intonaco a quei muri dignitosi di baracche. Restano buchi che testimoniano la colpa e fette rosse sopra, aggiunta non richiesta di fiammelle al lampadario.

Il dottor Frankestein si incazza.
Fa una commissione d’inchiesta, io e Tarquinia siamo sospettati. Ma quale sospetto e sospetto, dottor Frankestein, noi scioperiamo, si’, mica lanciamo salame. Insomma, capace che magari prendono qualcuno che non c’entra, andiamo all’ufficio del personale e lo diciamo, vabbe’, eccoci qua, siamo noi. Paghiamo le spese per l’imbiancatura e il viaggio di ritorno, ma prima io lascio un bigliettino.

Egregio dottor Frankestein,
avro’ sbagliato, non sono stato un buon ospite, ma voi siete stato fortunato. Se offrivate ‘sto salame in Italia, altro che muro: ve lo sbattevano in faccia!

I primi tempi a Segni sono di nuovo abituarsi dopo la baracca e i sogni sulle tegole di notte, la BPD sta sempre ai nostri piedi ma ancora non ci penso.
C’e’ il bisogno tedesco e uno, nonostante il salame che vola, poi ritorna, la trafila obbligatoria, le facce assonnate del collocamento, la premura rassegnata, i documenti in prefettura e poi Verona, ancora al Centro Emigrazione, il blocco quadrato di cemento, manco una finestra illumina il piazzale, attendiamo di sapere, i tedeschi dicono di si’ perfino a me dopo il salame stagionato.

Vieni a lavorare alla Volkswagen, il volantino piu’ bello di una cartolina di Fregene, le macchine dei lavoratori ordinate nel parcheggio piu’ grande di San Pietro, alberi a dividere il cemento dal verde gia’ addomesticato, il canale artificiale d’un azzurro primavera e appena oltre l’acqua tanto spazio, un prato cosi’ verde e ben tagliato da giocarci Roma-Lazio.
E solo dopo, come fosse un’aggiunta ingentilita e mai volgare, una serie ininterrotta di mattoni rossi, stabilimenti e snelli palazzi signorili degli uffici, piu’ di un giorno in treno da Verona e sono a Wolfsburg, la citta’ della Volkswagen.

Dormiamo dentro le baracche del villaggio italiano, il Berliner Brucke, detto cosi’ pare un teatro, cinquanta baracche in legno a due piani, riscaldate, divise da un corridoio centrale che termina nei bagni senza fretta, nella stanza dell'hauswart, il capocasa, be’, capocasa: capobaracca.
Tutto intorno recintato, il filo spinato incanala i desideri nella produzione, i guardiani all’entrata e in mezzo due case in muratura, distaccamento dell’ufficio del personale, di uno spaccio, di una sala da ritrovo, di una sala per la messa di domenica.
Entro con due nuovi, uno di Frosinone e uno di Latina, le camere sono da tre, i campani stanno coi campani, i calabresi coi calabresi, i siciliani coi siciliani, i veneti coi veneti.
Ogni tanto ci si mischia ma poco, uno appena puo’ torna in Italia o se ne va a Monaco, alla Bmw o alla Lowenbrau, piu’ vicino a casa.

In portineria, al corpo di guardia per la foto, tutti noi che siamo nuovi diventiamo tesserino: nome, cognome, reparto di lavoro, numero della baracca, numero della stanza, tutto dentro il nostro tesserino di proprieta’ della Volkswagen, dentro noi, il werksausweis.

Un interprete ci accompagna dentro lo stabilimento, so il tedesco delle tegole e del legno, finisco in una delle sei catene di montaggio, mi affianco a un calabrese esperto che ripete e’ semplice, se parla.
Fa caldo, i tedeschi lavorano in canottiera, a dorso nudo, le donne sono tutte tedesche stabilimentare.
Siamo 4000 italiani, turni dalle 5,30 alle 14 o dalle 14 alle 22,30, straordinari quasi obbligatori, facciamo il Maggiolino e la berlina tipo Passat.
Mai visti tanti Maggiolini, da averci gli incubi notturni, Maggiolini a pezzi sconsolati, poi assemblati e verniciati e collaudati e infine nei piazzali, pronti per i treni, per i camion, per le strade del mondo ancora da vedere.

La sera e’ libera col primo turno e io esco per qualcosa che non sia la mensa, per l’idea da costruire nel tavolo di fronte la donna che s’accende la Marlboro dopo il pollo, ma uno gia’ ci pensa alla sveglia delle 4.30. Il secondo turno offre la liberta’ vigilata della mattinata, l’occhio sopra il tempo dell'inizio, pero’ mi sforzo, esco dal villaggio italiano, Wolfsburg e’ a un chilometro, me ne vado in centro a piedi, anche se il centro di un posto come Wolfsburg non esiste, la meta’ della popolazione lavora dentro la Volkswagen, piu’ di trentamila, il centro in un posto come Wolfsburg e’ il luogo dove pensi quanto manca a lavorare.

Ai grandi magazzini Hertie compro la birra e il cibo che mi mangio dentro la baracca se non esco, stanco, rassegnato alle foto delle mogli che parlano dai portafogli, alle lettere italiane tradotte ai mezzi analfabeti. Ai magazzini Hertie compro quello che mi occorre e soprattutto cio’ che non mi occorre, guadagno piu’ di 100.000 lire, il doppio che in Italia e spendo, tutta quella merce colorata che mi attende sui bancali, i grandi magazzini Hertie sono i primi grandi magazzini della vita.

A Segni non esiste un grande magazzino, c'e’ il negozio, il caldo emporio dei Pilozzi, il cavalier Pilozzi, moglie e figli, vendono di tutto, pane, pasta, olio, semi, chiodi, vino, cappellini, petrolio, pomodori, frutta, la brillantina Linetti e lo spumante Filippetti, che tutti sappiamo essere mediocre ma fa un botto manco fosse imbottigliato alla BPD.
Io a Wolfsburg non faccio come gli italiani, soprattutto calabresi e siciliani, non escono mai per risparmiare, spediscono i soldi alla famiglia, mangiano in mensa o in stanza, giocano a carte, la domenica mattina a messa e il pomeriggio la partita di calcio nel campo sterrato vicino alle baracche, siamo cosi’ tanti da farci quasi quattrocento squadre, solo noi.

Qualche italiano si compra il Maggiolino, sta a Wolfsburg da piu’ tempo e pensa di restare, di uscire veramente dal villaggio recintato, ha la ragazza dei racconti quando torna.
Comprare un Maggiolino e’ un affare, costa sei mesi di stipendio, lo compri a prezzo vantaggioso e dopo un anno lo rivendi e ci guadagni, un anno dopo l’immatricolazione, non prima, altrimenti ti licenziano.
Ma chi ci pensa a un mese, figuriamoci un anno, esiste soprattutto il letto con le ruvide lenzuola e la coperta con il marchio del padrone, la distesa luccicante della produzione dal ponte sul canale artificiale.

E’ vietato parlare di politica in reparto, all’interno della fabbrica o nei terreni di Volkswagen, siamo qui per lavorare, riconoscenti del doppio osso rispetto all’obolo italiano.
La Volkswagen pensa a tutto, pure ai treni che a Natale ci riportano in Italia con lo sconto per la breve sospensione dalla produzione, tutto e’ organizzato, il contratto di lavoro e’ un libretto in italiano e qualche parola tedesca: Personalabteilung, Betriebsat, Werkschutz.

Assolvere ogni incarico affidato e nel migliore dei modi e l’accesso fuori orario non si puo’ e ti cambi solo nei locali predisposti e luce e acqua e gas usati con molta parsimonia e se ti rubano nell'armadietto la Volkswagen ti rimborsa 100 marchi ma solo se ti rubano nel tuo armadietto e solo se e’ chiuso bene e a chiave l’armadietto e solo se si tratta di vestiario o il contenuto delle tasche e non di soldi.

La catena di montaggio non s’interrompe mai, manco una piccola rottura, la lampadina o il misero bullone, niente, uno due tre, contare fino a 384, 384 Maggiolini al giorno, per ogni turno in linea, a parte i Maggiolini degli straordinari, sempre Maggiolini.
Un giorno stanco passa il primo Maggiolino, poi il secondo e poi il terzo, come nelle barzellette, schiaccio ‘sto bottone, lo distruggo, Maggiolino, stritolato, mi sento liberato, gli altri guardano storditi, manco sanno cosa dire.

Come appena dopo un temporale su un sentiero per il Monte Lupone, la produzione si interrompe qualche istante, nell'anomalo silenzio che preannuncia la ripresa fragorosa.
Tu niente piu’ straordinario!
Mi urla in faccia il meister che quasi me la mangia, la mia faccia. E chi lo vuole fare ‘sto straordinario, chi lo vuole il fine turno ingobbito nella giacca, chi la vuole la baracca?
Io me ne ritorno a Segni.

In questo breve tempo della vita che ne avremmo tutti piu’ bisogno, non racconto dei fascisti, relegati qui in paese come altrove a un incolpevole ricordo, niente Mussolini o i gerarchi a varia gradazione o i genitori di Andreotti qui di Segni.
Non racconto manco della vita BPD, di come entro dopo il colloquio mezzo militare con un vecchio generale ormai in pensione, di come me ne esco e in mezzo tutte quelle 8 o 10 ore, il dicloro-difenil-tricloretano, ma si’, il DDT alla BPD e ancora armi o air bag o chissa’che fino adesso, fino a qui, a 63 anni, 668 metri sopra il mare, se il 18 luglio piove le castagne sono buone, che poi piu’ che castagne so’ marroni, il 7% della produzione in tutto il mondo, vabbe’, sono le 18.58, i numeri non sempre dicono quello che vuoi dire.

 
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