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i racconti del capanno
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Segni, prima pietra del distretto culturale dell’oralita’
daniele adamo

A Gavignano, piccolo centro dell’estrema propaggine meridionale della provincia di Roma ai confini con la Ciociaria, Joseph Smyth (nato cinquantacinque anni fa a Londra, cresciuto nello Stato australiano del Nuovo Galles del Sud, oggi residente a Dublino, da dove erano partiti i suoi genitori, migranti irlandesi) per qualche mese all’anno tesse, compiaciuto, la sua trama. Una trama di persone, di biografie, di racconti.
Joseph in Australia ha allevato cavalli, ha fatto il postino e l’avvocato, poi, in Lettonia, ha insegnato per un dollaro all’ora. Da molto tempo, tra una lezione e l’altra di inglese nelle scuole, nelle aziende e nelle famiglie (irlandesi e italiane) gira il mondo per “conoscere nuovi amici e imparare altre lingue”. Nella sua casa di Dublino ospita donne, uomini, ragazzi e bambini di ogni nazione, di ogni cultura, di ogni religione. La base in Italia, a Gavignano appunto, l’ha scelta da poco perche’ “e’ vicino a Roma, qui intorno vivono alcuni amici e le case costano poco, come prima succedeva in Irlanda e ora in Croazia o in altri Paesi dell’Est”. La sua autentica soddisfazione e’ vedere i suoi ospiti/amici che piano piano si conoscono tra loro, si scrivono, si frequentano. E lui quasi sempre resta al centro della trama, impegnato a curarla, a ingrandirla e a irrobustirne i fili. E a intrecciare storie.
Ma non sempre le reti hanno un regista-filatore o corrispondono a un progetto. O meglio: non sempre si tratta di regie consapevoli, dirette da qualcuno, ne’ sempre gli eventi accadono in un tempo sincronico. E la citta’, la metropoli, non e’ il solo luogo eletto dell’innovazione, crogiuolo di culture, teatro di incontri, di scambi e di contaminazioni. La storia – ancora in evoluzione – dei “Racconti del capanno” ne e’ testimonianza.

Quando nell’autunno del 2005, a Segni, antica cittadina laziale a un passo da Gavignano e dalla capitale, e’ nata l’idea di un laboratorio ove si potessero incontrare la (buona) scrittura e la narrazione orale locale, nella sperimentazione di un nuovo racconto – “occasione di liberta’ del sapere collettivo” – una citazione di Aurora Milillo [1] si impose nei nostri primi appunti di progetto, a mo’ di manifesto programmatico e di rudimentale cifra epistemologica.
Si tratta di un efficace aforistico richiamo al contrasto tra l’egemonia culturale della storiografia ufficiale e il silenzio imposto, nella storia, alle classi subalterne. Un richiamo forse non del tutto coerente con lo spirito del laboratorio, ma di sicuro impatto, evocato dalle parole di un contadino lucano raccolte dalla studiosa in una sua famosa ricerca.
Scomparsa qualche anno fa, Aurora Milillo e’ vissuta soprattutto a Roma, dove dal 1970 ha insegnato all’istituto di Storia delle tradizioni popolari della facolta’ di Lettere, ma era nata a Matera, vicino agli spettrali affascinanti calanchi argillosi descritti da Carlo Levi nel Cristo si e’ fermato a Eboli; non immune, dunque, per piu’ ragioni, da quelle che sono state definite le “impreviste conseguenze” sul terreno antropologico ed etico dell’opera letteraria leviana. Aurora Milillo ha raccolto poi, insieme alle testimonianze dei contadini lucani, storie, favole e memorie in tutte le regioni italiane, diventando uno dei punti di riferimento dell’indagine antropologica.
A Segni, mentre questo libro sta per andare in stampa, si sta preparando un evento dedicato proprio alla pittura, all’opera letteraria e all’azione politica di Carlo Levi. Qui l’autore del Cristo e’ stato di casa per qualche tempo, veniva spesso tra gli anni Sessanta e Settanta, seguiva le sue campagne elettorali (nel 1968 fu senatore in questo collegio) e tra i luoghi eletti frequentava soprattutto la barberia di Giulio, in via della Giudea.
Un toponimo intrigante, ma non casuale, quello della strada che ospitava Giulio e la sua mitica barberia. Prima della fine del Cinquecento, come in diversi altri centri laziali, un’antichissima colonia giudaica abitava questa contrada. Poi il papato decise lo smembramento degli insediamenti (una cinquantina in tutto lo Stato pontificio) e confino’ nei Ghetti di Roma e di Ancona i discendenti degli “uomini che avevano attraversato l’Eufrate”. Da queste “contrade” vengono, inequivocabilmente, alcuni tra i cognomi piu’ diffusi della comunita’ ebraica romana: i Di Segni (si chiama cosi’ anche l’attuale rabbino capo della capitale), i Di Veroli (dall’omonima cittadina ciociara), i Piperno (da Priverno, in provincia di Latina).
Nella barberia di Giulio – vero e proprio luogo di socialita’, centro del vicolo-agora’ – l’ex azionista torinese ascoltava per ore e ore, dalle fonti orali, la storia e le storie di questa comunita’. Forse sorridendo, lui che di cognome faceva Levi come il terzo figlio di Giacobbe, di quella bizzarria della rossa Judea segnina, prodiga di voti e di racconti.
Nelle case irregolari e letteralmente impilate (una sopra l’altra, una dentro l’altra) della vecchia Giudea, dove secondo alcuni autori [2] sorgeva una sinagoga, oggi abitano ancora i vecchi stefanari (gli abitanti del quartiere di Santo Stefano), ma anche tanti giovani albanesi, slavi, maghrebini, che ogni sera tornano da Roma, pendolari anch’essi come i numerosi piu’ fortunati ministeriali andreottiani [3]. Vi abitano anche stabilimentari [4] e colti architetti affascinati dal luogo, e poco distante anche un insegnante di origine lucana, nipote dell’attuale parroco di Aliano [5], moderno erede della parrocchia che fu di Don Traiella, l’arciprete inviso a luigini [6] e contadini, anch’egli di fatto confinato a Gagliano dalla gerarchia ecclesiastica, reso famoso forse piu’ dal film di Francesco Rosi che dal libro di Levi.
Storie di vita che si intrecciano. Storia e storie che vivono e rivivono quotidianamente nei vicoli di questa piccola citta’ d’arte (9.000 abitanti) solo lambita dai maggiori circuiti turistici.
Negli stessi vicoli in un lungo fine settimana d’autunno, Giorgio Falco, Tommaso Giartosio, Aldo Nove, Tommaso Ottonieri, Elena Stancanelli e Carola Susani hanno passeggiato, mangiato (nelle fraschette della quarantottesima sagra del marrone segnino), incontrato tanta gente. E qui, tra vecchi e giovani segnini, tra romani in gita fuori porta e decine di preti “argentini” dell’Istituto del Verbo Incarnato [7], tra migranti di diverse etnie, anziani narratori e giovani stornellatori, tra animatori culturali e cucinieri delle fraschette, giovani scatenati rapper e improbabili mangiafuoco, hanno ascoltato storie di streghe e di madonne, biografie, racconti di emigrazione, di lavoro agricolo e di fabbrica. E da queste narrazioni, e dall’aria respirata, sono nati i racconti raccolti in questo volume.
In essi sono accennati, evocati, interpretati alcuni degli elementi dell’etnos di questa comunita’, nel suo sviluppo storico, nella sua interazione con l’intero comprensorio, nella recente mutualita’ con il confinante centro industriale di Colleferro.

Poco distante dalla Giudea (qui eletto a quartiere simbolo di tutto il vasto centro storico) il suggestivo, maestoso percorso delle mura poligonali (VI e V sec. a.C.) e il vasto complesso architettonico dell’Acropoli (II secolo a.C.) testimoniano l’origine pre-romana della citta’, mentre la cattedrale e la struttura urbanistica delle strade limitrofe confermano l’intensa attivita’ edilizia medioevale, la rinascita della citta’ dopo il sacco del 1557 e i frequenti soggiorni papali (tra il XII ed il XIV secolo). Nella Biblioteca comunale le copia degli Statuti segnini del XVI e del XVII secolo (in latino i primi, in volgare i secondi) ricordano la sofisticata vita istituzionale della comunita’, nel corso della storia, mentre i numerosi atti notarili dettagliano l’importanza della risorsa castanicola, gia’ dal Medio Evo, per l’economia locale e ricostruiscono la recente diffusione, per innesto, nell’ultimo secolo, del marrone.

Fiera delle sue radici, dunque, Segni domina – come scrivono libri di storia e guide turistiche – la Valle del Sacco, un tempo meglio conosciuta come “Alta Valle Latina”, importante via di collegamento tra la Citta’ eterna e le campagne del Sud, luogo privilegiato per scambi commerciali e culturali dall’Antichita’ a tutto il Medio Evo, oggi purtroppo nuova Seveso nell’immaginario collettivo, tristemente alla ribalta per un disastroso inquinamento ambientale che ha interessato l’omonimo fiume, il Sacco, e i terreni circostanti, obbligando a drastiche misure di profilassi e di prevenzione: l’abbattimento degli animali, lo smaltimento controllato del foraggio, il divieto di coltivazione per anni.
Difficile eredita’, questa, di una storia di industrializzazione di frontiera, dicono alcuni, iniziata nel 1912 proprio al centro della valle, dove oggi e’ Colleferro. E l’industrializzazione esogena di questo territorio, dagli inizi del secolo in poi, racconta effettivamente di una frontiera alle porte della capitale, e tante storie di frontiera.

Dagli stabilimenti della BPD (Bomprini Parodi-Delfino) di Colleferro, dove sono “scesi” a lavorare da Segni e dagli altri centri dei Monti Lepini contadini e pastori, nel corso del ‘900 sono usciti esplosivi per uso civile e militare, ma anche cemento per il boom edilizio del Bel Paese, filati per le calze di nylon, carri ferroviari, concimi fosfatici per l’agricoltura drogata e buona parte di quel DDT (poi messo al bando nel 1987) con cui si sono condotte, nel dopoguerra, le campagne di “eradicazione” della malaria nei territori delle Paludi pontine, ma anche della costa veneto-emiliana, della Maremma toscana, della Sicilia e della Sardegna, e ovviamente dei paesini lucani, dove Don Carlo (come chiamavano Levi, rispettosamente, sia i contadini che i “galantuomini”) aveva apportato il suo passeggero aiuto di mancato medico.
Da tempo la grande industria della Valle del Sacco e’ in declino. La societa’ locale, fatta per lo piu’ da immigrati di seconda e terza generazione, decisamente ferita. Unico simbolo (produttivo) dell’antica grandeur resta il propellente che qui viene ancora prodotto per i lanci del vettore europeo Arianne.
Ma anche quella di Leopoldo Parodi-Delfino, che la BPD ha fondato, e’ una storia di vita che si e’ consumata quasi interamente su questo territorio. La storia di un capitano d’industria, geniale, intraprendente, eroico per alcuni, troppo “governativo” e legato alle commesse pubbliche per altri.
“Creo’ dal nulla una vera e propria citta’, meta fin dal 1912 di immigrati provenienti dalle Marche, dalla Toscana, dall’Umbria e dai vicini territori per poter lavorare nelle fabbriche della BPD”, ricordano suoi illustri estimatori.
La nuova citta’ e’ Colleferro, che, nata intorno allo Scalo di Segni-Paliano, negli antichi possedimenti venduti dai Doria-Pamphili, ed effettivamente sviluppatasi in completa simbiosi con gli stabilimenti della BPD, divenendo un raro esempio in Italia di autentica work town, nel 1935 ottenne l’autonomia e si costitui’ in Comune.
Nel 1912 il giovane intraprendente ingegnere milanese (di origine ligure), insieme al senatore Giovanni Bomprini, costitui’ la societa’ che doveva affrancare l’Italia nella fabbricazione di balistite e fornire il munizionamento alle artiglierie. In quegli anni i venti di guerra spiravano forti e in Italia c’erano solo due stabilimenti per la fabbricazione degli esplosivi da lancio: il Regio Polverificio sul Liri (di potenzialita’ assai limitata, dicono le cronache dell’epoca) e il Polverificio di Avigliana, in Piemonte, di maggiore potenzialita’, ma “sempre insufficiente, vicino ai confini con la Francia e soprattutto di proprieta’ di una societa’ francese”. Un business da prendere al volo, e cosi’ fu.
Alla fine della Prima guerra mondiale, comunque, mitigatasi la domanda di polvere da sparo, si progettano e realizzano nuove produzioni di pace: nel 1919 l’impianto di concimi fosfatici e nel 1920 quello per la produzione di calce e cementi
Pioniere tra i pionieri (come lo definisce, in un’intervista, il duca Francesco Serra di Cassano, nominato presidente della “Bomprini Parodi-Delfino” e della “Calce e Cementi di Segni” alla morte dell’ingegnere, nel 1945, e rimasto in carica fino ai primi anni Settanta, quando gli eredi cedono le loro azioni segnando la fine di uno dei piu’ potenti gruppi familiari dell’industria italiana), a Colleferro Leopoldo Parodi-Delfino e’ ancora un’icona. Che vive nei nomi delle scuole, delle strade, delle interessanti opere architettoniche da lui fatte costruire. Non altrettanto celebrate sono state le migliaia di manovali, operai, artificieri e tecnici che questa frontiera, insieme all’ingegnere, hanno conquistato e alla quale non poche volte (come nel grande scoppio del 1938 [8]) hanno sacrificato la vita. Di loro si sono occupati, invece, ecco, le ricerche di storia orale di Domenico Starnone, che proprio a Colleferro ha iniziato la sua carriera di insegnante, prima di essere consacrato quale scrittore di successo: ancora fili di una inattesa trama.

Segni e il suo comprensorio, a est verso l’antica Valle Latina e i Monti Ernici, a ovest verso i Monti Lepini e poi la pianura pontina, raccontano dunque tanta storia e tante storie. Qui le storie e i racconti si inseguono, si avvicendano, si intrecciano. Il luogo ideale da cui partire per realizzare un distretto dell’oralita’, forse. E comunque e’ quello che abbiamo pensato nell’ambito di un progetto di sviluppo locale implementato dalla Compagnia dei Lepini [9], il programma STILe. Lo abbiamo fatto con l’intento di offrire un innovativo concept d’area – come si dice tra gli addetti ai lavori – in grado di evocare la ricca dotazione di risorse ambientali e storico-culturali di questo comprensorio, ma anche di recuperare la necessaria identita’ dei luoghi e delle comunita’, e gli stessi saperi taciti locali tanto importanti nella competizione territoriale ai tempi della globalizzazione.
L’originalita’ dell’esperimento segnino (che pure costituisce solo un tassello del distretto dell’Oralita’) e’ proprio nel fatto che gli scrittori non sono venuti a Segni per raccogliere – come fossero etnologi o sociologi – le testimonianze orali, le storie di vita, le tranche de vie, per dare voce a chi non ha di farsi la storia, a chi non ha voce. Sono venuti per dialogare con loro (e altri), per conoscere frammenti della storia e dell’identita’ locale.
Non si e’ trattato, infatti, di dare voce alle vittime del cosiddetto silenzio folklorico – “al silenzio subi’to si accompagna la volonta’ di parole”, ricordava alla fine degli anni Settanta Lombardi Satriani – ma di dare nuova forma alle parole dette.
Il laboratorio segnino anzi nasce (e con esso l’idea del distretto) proprio prendendo atto di una certa particolare propensione alla parola, al protagonismo attraverso la parola, di queste comunita’. Semmai il progetto allude a “risolvere” in forma originale e innovativa il cosiddetto paradosso dell’oralita’ (secondo il quale la storia orale per essere conservata ha da essere scritta) e guarda con interesse, come gia’ detto, alla possibilita’ di valorizzare le fonti orali a supporto dei processi di sviluppo sociale ed economico delle comunita’.

D’altronde la storia orale in Italia (o meglio: la ricerca storica con fonti orali) - come ha ricordato opportunamente qualche anno fa Cesare Bermani nella sua piccola, ma preziosa antologia [10] - e’ “tuttora, per certi aspetti, molecolare, individuale, informale” e la stessa locuzione (mutuata dall’inglese oral history) non e’ accettata unanimemente neanche all’interno dello stesso movimento. E’ ancora materia viva, insomma.
Se e’ vero che “i primi interessi per la testimonianza orale nella ricerca storica risalgono agli anni Trenta e non al dopoguerra, come spesso si e’ detto e si e’ scritto”, e’ altrettanto vero che i primi nomi noti sono quelli degli studiosi eclettici (sempre a cavallo tra storia, discipline antropologiche e filosofia) attivi a meta’ degli anni Cinquanta; e altrettanto risaputo e’ che fino agli anni Settanta l’uso storiografico delle testimonianze orali e’ rimasto sempre molto circoscritto.
Non solo le fonti orali hanno fatto fatica ad affermarsi in una cultura fortemente condizionata dallo storicismo crociano, ma i vari Rocco Scotellaro (morto a trentanni mentre voleva ricostruire la “storia delle lotte, delle speranze e delle aspirazioni dei contadini”), gli Ernesto de Martino (che quei contadini meridionali incontrava da etnologo), i Gianni Bosio (indagatore delle forme politiche organizzative emergenti direttamente dalle lotte sociali), i Danilo Montaldi (curatore di eccezionali storie di vita di sottoproletari e di marginali) proprio negli anni Cinquanta erano tutti considerati “deviazionisti” dalla cultura politica a cui pure si ispiravano, sebbene lo facessero criticamente, e “ritardatari” (studiosi del folklore e percio’ quasi essi stessi folklore) dall’accademia.
Oggi le metodologie “dell’oralita’”, uscite dal limbo, sono state perfino declinate a scopi non prettamente storiografici, intersecando sempre piu’ spesso la letteratura, ma anche le discipline sociali ed economiche connesse, appunto, allo sviluppo locale.
Lungo questa avvincente strada di emancipazione e contaminazione della “disciplina”, hanno offerto il loro valoroso contributo, nei decenni scorsi, numerosissime ricerche “con storie di vita”: da quelle meridionalistiche e di taglio sociologico-letterario sul mondo contadino a quelle sulla cultura barbaricina, da quelle sui minatori maremmani a quelle sugli operai del Nord, dalle storie parlate della guerra mondiale ai lavori sulla Resistenza e poi quelli dedicati alle lotte sociali degli anni ’60 e ’70.

E dopo aver guadagnato dignita’ di disciplina accademica, oltre che di pratica sociale, la cosiddetta storia orale – caratterizzata non solo dal fatto di essere storia non scritta, ma anche dall’essere storia di tutti, storia non dinastica – e’ felicemente arrivata in teatro, soprattutto grazie all’eccellente Ascanio Celestini. E anche qui altri incontri, altri intrecci, altri nodi, altre storie.
“Mi sono iscritto a Lettere – ricorda Celestini in una recente ricostruzione autobiografica [11] - e ho incominciato a frequentare Etnologia con Lombardi Satriani e Storia delle tradizioni popolari con Aurora Milillo. Eravamo in molti a seguire Etnologia e il corso era pieno di seminari. (……) . Con Aurora Milillo, invece, eravamo pochi e facevamo lezione attorno a un tavolo. Ma quel corso e’ stato bello proprio perche’ sembrava un laboratorio. Dopo i primi incontri ci ha chiesto di fare una ricerca sul campo. Nel suo libro parlava di storie di streghe, di janare, che aveva raccolto a Venafro in Campania, e alcune di queste storie erano molto simili a quelle che raccontava mia nonna. Cosi’ sono andato a registrare proprio mia nonna Marianna. L'ho registrata in cucina, dopo pranzo, mentre raccontava di un nostro antenato che aveva catturato una strega e di come la strega ci aveva salvato dalle fatture per sette generazioni. (….). Raccontava storie di magia come se fossero fatti realmente accaduti e le raccontava davanti alle altre donne della famiglia. (…) E li’ ho incominciato a pensare che la «verita’» di quelle storie non consisteva nella verita’ dei fatti narrati, ma nel bisogno di raccontarle. Era vero il «bisogno» e non la storia. Mia nonna raccontava quelle storie perche’ nel racconto trovava una sorta di emancipazione per interposta persona”.
Un concetto, questo, gia’ esplicitato proprio dalla Milillo (che in una sua opera [12] aveva sostenuto come “Il ricercatore non dovrebbe fermarsi al canto, alla favola, al racconto in se’. Gli stessi narratori molto spesso da un canto, una favola passano a raccontare vicende personali, esperienze vissute, come ad esempio l'emigrazione in America; a volte inseriscono queste stesse esperienze nella favola, altre volte ricordano solo alcune favole, quelle che hanno qualche legame con le loro vicende personali”) e ripreso piu’ recentemente da Alessando Portelli, il quale – osservando che “non esiste racconto senza destinatario” e che le fonti orali sono fonti narrative – ha richiamato l’attenzione su due elementi fondamentali: il valore sociale della narrazione, del racconto orale, e la soggettivita’ del narratore, dell’informatore: “ci informano non solo sui fatti, ma su cio’ che essi hanno voluto dire per chi li ha vissuti e li racconta”. Dunque, come sostiene ancora Portelli, le fonti orali sono condizione indispensabile ma non sufficiente per la storia delle classi non egemoni o – aggiungiamo noi – delle periferie geografiche ed economico-produttive. Le redini del discorso restano ancora nelle mani dello storico e la responsabilita’ dello storico e’ accentuata dal fatto che storici e narratori sono “accomunati da un’unica forma narrativa”. E da questo punto di vista, nell’esperimento segnino, gli scrittori, pur apparentemente liberi perche’ creatori di storie inventate e non costretti ad alcuna oggettivita’ storica, attraverso il loro dialogo con la comunita’, rendono assoluta questa responsabilita’. La rendono etica, oseremmo dire.

Il Capanno a cui si e’ ispirato il nome del laboratorio e lo stesso titolo di questo libro non e’ un’icona retorica del “focolare” e della ruralita’ folklorica, ma un tratto distintivo della storia sociale di questi luoghi, passata e contemporanea.
I capanni lepini (fatti con muri circolari di pietra a secco e ricoperti di stramme, materia prima vegetale raccolta in loco, e ancora visibili in decine di esemplari restaurati a fini turistici) sono stati rifugi provvisori, stagionali, per i pastori che in estate si spingevano sulle alture e che d’inverno in paese si dedicavano anche ad altri mestieri.
Da qualche anno essi rivivono nel logo grafico che gli Enti locali hanno adottato per sintetizzare alcune caratteristiche del loro patrimonio identitario: l’antica cultura pastorale, la qualita’ ambientale dei luoghi, la genuinita’ dei prodotti agro-alimentari, l’ospitalita’ e dunque il crescente sistema della ricettivita’ turistica.
A questo simbolo si collegano ora anche la ricerca e le iniziative che si stanno promuovendo per qualificare, progressivamente, il territorio e i Comuni dei Monti Lepini come una sorta di distretto culturale dell’oralita’.
L’idea-forza, come anticipato, e’ quella di valorizzare la storia locale, ed in particolare la storia orale, in quanto attivita’ di ricerca collettiva, ma anche di divulgazione innovativa, come un prezioso fattore delle politiche per lo sviluppo del comprensorio.
Che cosa si puo’ fare in un distretto dell’oralita’? Manifestazioni culturali come quella di Segni e come quelle in preparazione in tutti gli altri Comuni per il 2006 (teatro, cinema e ancora letteratura, sempre ispirati alla narrazione e alle fonti orali), ma anche archivi [13] e ricerche durature per la valorizzazione dell’identita’ e per la codificazione dei saperi produttivi locali.
I saperi produttivi tradizionali, infatti, quasi sempre tramandati oralmente, identificati come conoscenze tecnologiche localizzate, intrecciandosi con il patrimonio etno-antropologico e la cultura delle comunita’, costituiscono spesso una delle basi piu’ importanti dei moderni processi di sviluppo della struttura produttiva territoriale, soprattutto in alcuni settori merceologici.
Sono ovviamente i saperi relativi a tutti gli aspetti della cultura materiale, dall’artigianato all’allevamento del bestiame, dalle tecniche agricole a quelle edili, dalla fitoterapia popolare all’alimentazione. Questi saperi (usati spesso per allestire musei etnografici e altri attrattori turistici) sono ricchi di preziose informazioni anche per studiosi e operatori attivi in altri ambiti connessi soprattutto allo sviluppo eco-sostenibile dei territori montani, dalla bioarchitettura all’agricoltura biologica, dalle strutture abitative ai progetti di turismo ambientale e culturale.
“La mondializzazione dei mercati – e’ stato felicemente osservato, qualche anno fa, dagli osservatori dell’Ocse – induce gli attori economici a radicarsi maggiormente nelle strutture economiche e sociali di prossimita’”. Questo apparente paradosso e’ d’altronde ben vivo nella sfera culturale: al diffondersi dei processi di globalizzazione, infatti, cresce specularmente il desiderio di difendere e valorizzare le differenze: la storia, la cultura, i costumi delle singole comunita’.
Parliamo pero’, attenzione, di una tendenza che non rappresenta un segno di chiusura o di ritorno al passato; al contrario, invece, essa propone i contesti locali come nuovi quadri di riferimento d’ordine economico, sociale e culturale pienamente inseriti nelle moderni reti della comunicazione globale.
E il distretto dell’oralita’ puo’ essere proprio un grande, nuovo, originale laboratorio di partecipazione e di protagonismo sociale. Per le istituzioni, per gli attori economici, per tutti i cittadini.
Assai efficacemente, proprio in uno di suoi ultimi lavori [14], Carlo Trigilia insiste, con parole chiare, su un concetto basilare di sviluppo locale: “ pur nelle sue nelle sue diverse manifestazioni, e’ accomunato dalla capacita’ di strategia dei soggetti pubblici e privati: dal loro impegno a coordinarsi con strumenti formali ed informali per sostenere un disegno condiviso”.
Lo sviluppo locale – sostiene, unitamente ad altri autori il docente fiorentino – non si identifica solo con specifiche specializzazioni produttive o con particolari modelli istituzionali di regolazione dell’economia. E’ fuorviante associarlo, ad esempio, esclusivamente ai distretti industriali di piccola impresa. Esso riguarda sistemi produttivi locali che possono assumere caratteri diversi e il suo vero elemento distintivo e’ costituito dalla capacita’ degli attori locali di cooperare per far emergere e mobilitare risorse e competenze del territorio.
La mobilitazione delle risorse del territorio non implica una chiusura autarchica e difensiva verso i processi di globalizzazione; al contrario il protagonismo dei soggetti locali favorisce il territorio quando attrae in modo intelligente risorse esterne, sia di tipo politico-istituzionale che economico e culturale, e quando riesce a cogliere le opportunita’ del mercato esterno (e globalizzato) senza restare vittima.
Una buona politica di sviluppo locale non e’ solo occasione per la crescita della produzione, del reddito e dell’occupazione. Essa – perche’ il gioco valga la candela, come suol dirsi – deve necessariamente attrarre investimenti, imprese, risorse scientifiche e culturali come fattori che arricchiscono le competenze e le specializzazioni locali.
E una buona politica culturale non e’ ovviamente solo l’orgogliosa rivendicazione delle risorse interne, ma l’intelligente valorizzazione delle occasioni, delle reti, delle contaminazioni possibili. Proprio come si e’ cominciato a fare a Segni. Anche per non lasciare Joseph solo nell’orditura della sua trama.

1 - Uno di noi per esempio/ ma anche che passa un guaio… che so/ ma storie non ce ne stanno/ mo’rene / mo’re la persona/ e’ morto tutto/ Invece le persona grandi/ cce so… le cristiane grusse/ le puteriste (coloro che possono, ndr) muoiono/ se fanno uccide/ o uccidono/ ma lasciano le storie/ perche’ possiedono di farsi fa’ la storia/ uno di noi no (…) e questa e’ la questione.
(in Milillo Aurora, La vita e il suo racconto. Tra favola e memoria storica, Roma - Reggio Calabria, Casa del Libro Editrice, 1983)
2 - (Cfr. Nello Pavoncello, Le comunita’ ebraiche laziali prima del bando di Pio V, in Lunario Romano, 1980 e Bruno Navarra, La storia di Segni II, 1998.
3 - Anche Giulio Andreotti e’ nato a Segni e qui ha vissuto fino all’adolescenza.
4 - Nome con cui venivano indicati i primi operai delle fabbriche.
5 - Aliano e’ il piccolo Comune in provincia di Matera ove Carlo Levi passo’ buona parte del periodo del confino (nel 1935-36), chiamato Gagliano nel romanzo secondo l’espressione dialettale.
6 - Luigini, come li aveva ribattezzati Carlo Levi, dal nome del podesta’ dell’epoca, erano i modesti notabili di paese che vivevano alle spalle dei contadini.
7 - Congregazione religiosa fondata in Sud America nel 1984 da Padre Carlos Miguel Buela (ultima ad aver ottenuto l’approvazione, nel 2004, dalla gerarchia ecclesiastica) e che a Segni ha insediato la sua Casa madre e un Centro di Alti Studi.
8 - Il 29 Gennaio 1938, alle ore 7.40 il grande terribile scoppio nel reparto polveri: 60 morti e circa 1500 feriti. “Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III visitano Colleferro e i feriti ricoverati nell’ospedale di Anagni. La B.P.D. edifica il convitto per i figli dei caduti”.
9 - La Compagnia dei Lepini e’ una Societa’ consortile per azioni, promossa da 17 Comuni dei Monti Lepini, dalle Province di Roma e Latina, dalla Camera di Commercio di Latina, dall’Agenzia Sviluppo Lazio, dal BIC Lazio, dalla XIII e dalla XVIII Comunita’ Montana; un organismo che, attraverso la realizzazione dell’Accordo di programma S.T.I.Le (sviluppo turistico integrato dei Monti Lepini), opera per la crescita socio-economica nei Comuni di: Artena, Bassiano, Carpineto Romano, Cori, Gorga, Maenza, Montelanico, Norma, Priverno, Prossedi, Rocca Massima, Roccagorga, Roccasecca dei Volsci, Segni, Sezze, Sermoneta e Sonnino.
10 - Bermani Cesare, Introduzione alla storia orale, Odradek, Roma, 1999.
11 - Porcheddu Andrea (a cura di), L’invenzione delle memoria. Il Teatro di Ascanio Celestini, Il Principe Costante Edizioni, 2005.
12 - Milillo Aurora, Narrativa di tradizione orale. Studi e ricerche, Roma, Bulzoni, 1977,
13 - Straordinaria, ad esempio, e’ l’esperienza dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, promossa da Saverio Tutino, ove “affluiscono da tutta Italia i documenti scritti della piccola storia, grazie anche alla istituzione di un premio che ha raggiunto una certa notorieta’”.
14 - Trigilia Carlo, Sviluppo locale – Un progetto per l’Italia, Editori Laterza, Bari-Roma, 2005

 
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